La ricchezza che uccide – Petros Markaris

Editore: La nave di Teseo
Mauro Piva
Protocollato il 9 Giugno 2026 da Mauro Piva con
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Il riassunto
La ricchezza che uccide – Petros Markaris

Quando mi sono trovato nella coda di lettura “La ricchezza che uccide” di Petros Markaris, edito da La Nave di Teseo, sapevo che non sarebbe stata una recensione facile.

Cosa si può raccontare, di nuovo, di un autore giunto alla soglia dei novant’anni e che ha dato alle stampe quasi venti romanzi polizieschi di successo?

Già me li vedo, i lettori più affezionati al Thriller Café, mentre alzano gli occhi al cielo nel trovarsi di fronte per l’ennesima volta frasi come “Il fratello greco di Maigret” e “Il Montalbano di Atene”.

Non me ne vogliate, se siete tra questi, e considerate questa prima parte come una nota introduttiva rivolta a chiunque si stia avvicinando per la prima volta a Markaris, perché questo è un autore che va spiegato, innanzitutto.

Petros è uno scrittore profondamente legato alla dimensione del racconto sociale, dove cronaca e attualità assumono un ruolo predominate, tanto da dare l’impressione che il thriller – a tratti – sia un espediente utile a raccontare i problemi che affliggono la Grecia.

So che non ci sono argini o dighe che potranno contenere le onde che ci travolgeranno“.

Quest’ultimo romanzo, in particolare, è quello dove questo aspetto emerge ancor di più. Bisogna infatti attendere una sessantina di pagine (quasi un terzo del libro!) prima di imbatterci nel morto, o quantomeno in quello che occuperà il Commissario Kostas Charitos nella ricerca di un colpevole.

Di fatto il narrato si apre con un altro fatto di sangue, ma fin dal principio vi verrà messo in chiaro, nero su bianco, che si tratta di un doppio suicidio causato dall’impossibilità di sostenere le spese d’affitto da parte della coppia di malcapitati. Nessun dubbio in merito: nessuna messinscena alla Tenente Colombo.

Tuttavia, i due fatti di cronaca sono collegati e s’inseriscono all’interno di un quadro più ampio, che vede coinvolti i senzatetto – in costante aumento nella capitale ellenica – i gruppi anarchici, gli immigrati, gli impresari edili e quegli abitanti che ancora riescono a permettersi il lusso di una casa, insofferenti nei confronti di chi sta peggio.

Ora le volpi affittano a prezzi assurdi le loro tane e i galli si accampano dove gli pare“.

Scopriamo così che il lavoro di un direttore di polizia non è fatto solo d’inseguimenti, brillanti deduzioni dietro la lente d’ingrandimento, trame rocambolesche e interrogatori fiume per scoprire chi, fra la lista di sospetti, sta palesemente mentendo.

No, per la maggior parte del tempo un vero poliziotto è occupato a trovare soluzioni ai problemi pubblici, a capire i punti di vista delle varie fazioni, a usare diplomazia e buon senso affinché la società civile non imploda su sé stessa, a essere arbitro giusto e distaccato, ma pronto a dare l’anima per evitare che le tensioni sociali sfocino in una guerra tra poveri e più poveri.

Deve scatenarsi la tempesta per vedere da che parte arriva il vento“.

Questo è quello che vi offre il pragmatismo di Markaris, prima di ogni altra cosa. Un lungo ritratto della società Ateniese, fatto di osservazioni, dibattiti fra i colleghi, i famigliari, i superiori (tra i quali figura anche un ministro), gli amici di una vita.

Forse nell’intento – riuscito, devo dire – di alleggerire questa prima parte, l’autore alterna i capitoli inerenti alle noie lavorative con quelli che descrivono le sue vicende private, dove spiccano cene a base di recette dell’ottima cucina greca – altro grande co-protagonista dei libri di Markaris – e l’apprensione per la salute del nipotino Lambros.

Noi greci siamo sempre il piatto di contorno, quello principale non lo siamo mai diventati“.

Il fulcro del romanzo verte attorno alla costruzione di un nuovo centro residenziale, vicino (troppo vicino!) a un parco dove si accampa un gruppo di persone senza fissa dimora. A rimetterci le penne è uno degli impresari del suddetto residence, che da un po’ di tempo era pedinato da tre loschi individui. A complicare le cose, proprio mentre la soluzione del caso sembra essere a portata di mano, è un evento dinamitardo perpetrato ai danni di un centro d’accoglienza, proprio là dove i senzatetto erano stati trasferiti con apparente buona pace di tutti.

La scrittura di Markaris è essenziale, asciutta, quasi telegrafata. Le frasi sono spesso ridotte al minimo, con un uso misurato di metafore o altre figure retoriche dal cosmetico effetto.
Scelta in parte dovuta al fatto che il romanzo è narrato in prima persona, al presente indicativo, e quindi quasi obbligata.

Forse non tutte le sessantaquattro pagine che ci accompagnano verso il delitto principe del racconto sono necessarie, e potrebbero rischiare di spazientire chi si avvicina a questo romanzo credendolo un classico noir, ma molto di quel che vi viene presentato inizialmente tornerà a più riprese integrandosi con il finale, come in un grande puzzle ben costruito.

Da segnalare il fatto che il romanzo “La ricchezza che uccide” è stato presentato al Salone del libro di Torino, dove Petros Markaris è stato tra i grandi protagonisti della 38ª edizione che ha visto proprio la Grecia come paese ospite.

La curiosità di cui avevo bisogno per dare qualcosa in più ai lettori del TC arriva proprio dall’autore: “Il titolo greco era ‘Le necrofore dello sviluppo’“, racconta, a sottolineare il fatto che più della ricchezza, a uccidere è quella cosa un po’ astratta che chiamiamo “crescita”, fautrice di vincitori e vinti.