Un pezzo grosso – Orson Welles

Editore: La nave di Teseo
Michele Mennuni
Protocollato il 30 Aprile 2026 da Michele Mennuni con
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Il riassunto
Un pezzo grosso – Orson Welles

Un pezzo grosso” di Orson Welles, pubblicato dall’editore La Nave di Teseo è uscito alla fine di marzo di quest’anno nella traduzione di Aberto Pezzotta con testi esplicativi di due grandi esperti del cinema quali Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti. Una copia in inglese di quest’opera che risale al 1953 è stata recentemente rinvenuta presso il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema di Torino, ed è il caso di dire che rappresenta proprio il “pezzo forte” del fondo Welles. L’autore stesso ne parla in una delle sue trasmissioni radiofoniche e ne tratteggia in poche lapidarie frasi i tratti e il contenuto: si tratta di una farsa sul capitalismo imperialista e il pericolo comunista, ambientata in un isolotto del Mediterraneo dove cresce un frutto, l’abomino, da cui si ricava una bibita capace di affossare Coca-Cola e Pepsi. Un vero e proprio sconvolgimento del libero mercato che minaccia il capitalismo e che va difeso dal comunismo. Questo è il senso dell’opera e tutto il resto è falso, inventato, camuffato ad arte, l’isolotto dei cattivi e che non a caso si chiama Maliñha non esiste, è tutto inventato, i personaggi che ci vivono e che stanno navigando per andarci o per tornarci sono fantastici e nello stile confusionario e ironico di Welles hanno cognomi italiani ma sono spagnoli o portoghesi e come al solito si viene presi nella rete di Orson e non se ne viene a capo. Non è un romanzo, sembrano gli appunti presi a casaccio per la sceneggiatura di un film, il tarlo che ha logorato Welles per tutta la vita, la voglia di cimentarsi nel mondo della cinematografia, alla ricerca di finanziamenti colossali diventati nell’immediato altrettanti flop.

Orson Welles è passato alla storia ed è diventato famoso per la sua interpretazione nel film “Il terzo uomo” (“The Third Man“) del 1949 diretto da Carol Reed, vincitore del Grand Prix per il miglior film al 3º Festival di Cannes e tratto dal romanzo dell’autore inglese Graham Greene più che per la regia e direzione del grande film sul giornalismo “Quarto potere” (“Citizen Kane“) del 1941 co-sceneggiato, diretto, interpretato e prodotto proprio da lui stesso.

Anche in questo romanzo dietro fondali (siamo in un’isola) improbabili e set cinematografici di cartapesta passano critiche pesanti e dissacratorie della realtà. Siamo negli anni Cinquanta e l’Italia è appena uscita dall’incubo del ventennio nero e della guerra ma solo lui il mastodontico (arriverà a pesare 150 chili) giovane cineasta riesce a sotterrare Mussolini che mirava all’impero con una frase di un altrettanto improbabile arcivescovo piovuto dal cielo “Voi credete […] che gli intelligenti italiani prendessero sul serio quel pagliaccio arrogante? Certo che no, ma tutti gli altri sì. Ecco perché era tollerato. Con voce abbastanza forte per farsi sentire nelle latitudini più fredde, Mussolini annunciò che l’Italia era una grande potenza. Gli italiani, realisti come sono, non ci credettero neanche un secondo, ma il resto del mondo ci cascò. […] Quindi era logico che i cinici italiani lo applaudissero, compiaciuti di un bluff così clamoroso.

Così l’Italietta fascista viene en passant ridicolizzata all’interno di questo romanzo che è la classica commedia degli equivoci, un divertissement al limite del grottesco come lo chiama Giagni che mette però alla berlina l’ignoranza americana, la paura maccartista per il comunismo, la caccia alle streghe di questo periodo, la testardaggine di voler per forza esportare la democrazia in tutto il mondo come avviene ancora oggi spesso con l’uso purtroppo delle armi. La storia è ambientata negli anni Cinquanta e parte da una nave diretta a Maliñha, questa piccola isola del Mediterraneo governata da un dittatore. Su questa nave viaggiano Joe Cutler, giovane americano nipote di un potente magnate della Coca Cola, e Susie, un’avvenente ragazza in viaggio per visitare il paese del suo fidanzato, che ritorna a mani vuote da Washington dove era stato inviato in cerca di denaro. I due si incontrano e vivono il resto del romanzo su un equivoco clamoroso. Joe viene scambiato per un agente segreto americano, allora il governo dell’isola in vista dei finanziamenti americani cerca di camuffare la dittatura in democrazia. Incredibile come sia attuale per l’Italia questa storiella proprio adesso quando siamo in Europa e siamo amici di Trump perché c’è la NATO e il patto atlantico, c’è la guerra con l’Iran, con la Palestina, nella striscia di Gaza, in Libano e noi non siamo da nessuna parte, né con l’Europa, né con l’America. Così su questo isolotto possiamo pure pensare di stare in Italia, nella commedia degli equivoci, scandita da continui colpi di scena e a volte leggendo queste strane vicende ci sembra di stare su un mare in tempesta ma quando le onde si calmano e arriva la bonaccia affiora la verve intelligente di Orson Welles la sua satira contro il potere del capitalismo americano che a poco a poco allarga i suoi mercati finanziari e nasconde dietro l’esportazione della libertà e della democrazia il potere economico con un simbolo emblematico come la Coca-Cola o i fast food di MacDonald che si trovano oggi nei posti più reconditi del globo terrestre.

Se avete voglia e tempo di esplorare cosa ha potuto realizzare nell’arco della sua vita Orson Welles vi consiglio di andare a vedere a Torino la mostra “My name is Orson Welles“, allestita alla Mole Antonelliana nel Museo Nazionale del Cinema, dal 31 marzo al 5 ottobre, a cura di Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française, dove non solo potrete vedere il manoscritto originale del romanzo del quale stiamo parlando ma anche i film più importanti di Orson Welles. Nel frattempo dovete accontentarvi di quello che ricordo io del primo incontro con la Coca Cola e il terzo uomo Orson Welles che ho visto in un bellissimo bianco e nero di una televisione (oggetto raro in un paese meridionale degli anni cinquanta perché aveva un costo proibitivo) enorme, piena di antenne e di manopole, molto somigliante ad una grande radio ma con una particolarità, trasmetteva immagini come al cinema solo che erano più piccole perché lo schermo era piccolo, anche io ero piccolo ma alcune scene non le dimentico, mi sono rimaste impresse: un omone enorme che corre in una scura galleria senza fine e senza fondo, al buio, cerca di scappare e nell’aria il rumore di un colpo di pistola, poi ho le vertigini, lo stesso uomo insieme ad un altro uomo su una ruota panoramica altissima che gira e gira come girano ancora i ricordi di quei stupendi e irripetibili anni Cinquanta nella mia testa.

Qualche tempo fa sono stato a Vienna e sorpresa… ho rivisto la famosa ruota nel Prater e ho scoperto che è alta più di 60 metri ma credetemi non ho avuto il coraggio di salirci sopra e non solo perché soffro di vertigini. Mi è tornata in mente la musica della cetra di Anton Karas che di fronte a una Vienna del dopoguerra sotterranea e piena di macerie, di fronte alle fogne claustrofobiche dell’inseguimento e a Welles che cercava inutilmente di uscire da un tombino ci faceva intravedere paradossalmente paesi esotici evanescenti e hawaiani. Vienna è il Prater, il parco giochi della guerra fredda, dello spionaggio e del mercato nero. Proprio su questa ruota panoramica (Riesenrad) Welles recita il famoso monologo dell’orologio a cucù che fece tanto imbestialire gli Svizzeri “In Italia, per trent’anni, sotto i Borgia, hanno avuto guerra, terrore, omicidio e strage, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù.” Solo che l’orologio a cucù è nato in Germania nella fiabesca Foresta Nera, una gaffe in uno stile burlesco canzonatorio che nasconde dietro il paradosso la giustificazione della propria ambiguità morale. Questo romanzo, questo pezzo veramente grosso, nasconde in effetti tutta l’arte e la filosofia di questo autore istrionico, ingombrante, regista, attore, autore, illusionista, narratore radiofonico e sperimentatore del linguaggio visivo e sonoro, Welles è un trasformista non solo nella foggia ma anche nelle idee e nei costumi: un personaggio che ha fatto della sua personalità una continua reinvenzione a tal punto che a volte sembra navigare nel vuoto del non sense e spesso invece rivela le verità più oscure e crude dell’animo umano, i suoi vizi e i suoi peccati.

Questo insistere sul rifilare la bibita americana ai poveri isolani questo leit motiv della Coca-Cola come veicolo di trasmissione della americanizzazione del mondo è incredibile e coglie nel segno. Ricordo che in paese le persone anziane ci dicevano “non bevetela la coca cola fa male non si sa come la fanno, chissà cosa ci mettono dentro” e in effetti a ripensarci bene la Coca-Cola è scura mentre la gazzosa italiana che fa anche le bollicine è chiara, limpida, inventata proprio a Torino nel 1833 da Francesco Botto, anche se un sapore più buono ancora ce l’ha l’aranciata San Pellegrino, quella frizzante, la bevanda simbolo dell’italianità nel mondo nata nel 1932 dalla geniale intuizione del commendator Ezio Granelli, grazie al suo storico contenitore, la clavetta in vetro, bottiglietta di vetro bombata che al tatto ricorda la scorza granulosa degli agrumi, un’icona del Made in Italy nel mondo. La Coca-Cola allora a pensarci bene rispetto alla nostra gazzosa con la sua particolare bottiglietta (prima dell’arrivo della moderna lattina) venne inventata dopo circa cinquant’anni solo nel 1886 da John Pemberton, un farmacista di Atlanta, come rimedio per il mal di testa eppure ha conquistato il mondo, c’è dappertutto, e nella mia Basilicata ha portato a termine proprio quello che Welles ha prefigurato nel libro che Thriller Café sta proponendo: la Coca-Cola HBC e The Coca-Cola Company hanno acquisito da vent’anni, nel 2006, il monopolio delle acque minerali di Monticchio alle pendici del monte Vulture in provincia di Potenza, luogo ameno di indimenticabili picnic e scampagnate dove fondata dai monaci benedettini nel X secolo sorge l’Abbazia di San Michele e la grotta dell’Angelo, meravigliosamente sospesa sui due laghi vulcanici. La Coca-Cola ha ormai il monopolio delle acque minerali di Monticchio e della sua distribuzione.

Nel romanzo di Welles dove la Coca-Cola continua a combattere anche fuori dai confini statunitensi l’eterna lotta contro la nemica Pepsi-Cola si insiste a più riprese sulla sua formula segreta, un segreto industriale, che non è un brevetto che scade, ma ha una durata illimitata. La formula è esclusiva ed è custodita in cassaforte, ma possibile che non si riesce a capire di che cosa è fatta questa bevanda? Questo mi ha un po’ intrigato e invogliato a carpirne il segreto, alla fine mi sono arreso perché oltre all’acqua, lo zucchero, l’anidride carbonica o il colorante caramello il segreto della ricetta è nell’aroma, il cosiddetto Merchandise 7X, la miscela di oli essenziali, estratti e composti aromatici che conferisce a Coca-Cola un sapore unico e inconfondibile e non replicabile se non si conoscono le relative proporzioni. Questo mito creato in America resiste da più di 120 anni ed è uno dei segreti commerciali meglio custoditi in tutto il mondo: l’unica copia ufficiale della formula della Coca-Cola è conservata nel caveau di una banca di Atlanta ed è conosciuta solo da due dipendenti dell’azienda. In Italia arrivò nel 1927 e dopo gli anni 50 quando nei paesi era vista come la bevanda proibita, negli anni 80 un contestatore come Vasco Rossi poteva ironicamente cantare “Bevi la coca cola che ti fa bene Bevi la coca cola che ti fa digerire Con tutte quelle, tutte quelle bollicine Coca cola sì, coca cola a me mi fa morire Coca cola sì, coca cola a me mi fa impazzire Con tutte quelle, tutte quelle bollicine” contro il consumismo del quale la Coca-Cola era l’emblema. Gli abitanti di Maliñha hanno questo pericolo incombente sulla testa ma interessati ad ottenere per forza di cose il finanziamento del denaro americano sono disposti ad accettare anche i prodotti degli Yankees, dei Gringos e a mettere in discussione la loro bevanda nazionale l’abomino che comunque continua a circolare per tutto il romanzo e lo stesso Joe Cutler agente segreto alias dipendente della Coca-Cola ne fa uso.

Chissà cosa avrebbe inventato oggi Orson Welles di fronte al 47° presidente americano, di fronte a Donald Trump se si ripensa alla sua famosa trasmissione radiofonica nello studio della RKO dal quale Welles nel 1938 aveva terrorizzato i radioascoltatori, era il 30 ottobre 1938, la sua interpretazione de “La guerra dei mondi” di Howard Koch, sviluppata come un notiziario speciale che racconta l’atterraggio di astronavi marziane nel New Jersey, è talmente credibile che gli ascoltatori si riversano per strada pensando che stia accadendo davvero. Ha ventitré anni e la sua simulazione di un’invasione marziana è talmente realistica da scatenare un panico collettivo lungo tutta la costa atlantica.

Orson Welles avrebbe sicuramente fatto un film sul tycoon Trump, questo magnate di successo emblematico self made man americano. Dopo uno stratagemma vittorioso come questo Welles diventò famoso e il contratto con la casa di produzione RKO non fece altro che accrescere il suo ego smisurato descritto bene nell’articolo di Oriana Fallaci intitolato “Il gigante che amava sé stesso” scritto nel 1958 per l’Europeo. Welles diventa nell’articolo di Fallaci il “gigante di cartapesta”, un gigante in declino che è solo un brutto ricordo del genio di Quarto Potere alle prese con le beghe economiche che lo assillavano tanto da coinvolgerlo in film inconcludenti e senza alcun valore. Un giudizio spietato che smonta il mito di Welles e la sua personalità narcisistica e ossessionata dal successo. La fine ingloriosa di tanti attori di Hollywood sui viali del tramonto. La parabola di Welles viaggia allo stesso ritmo di quella di Trump che sicuramente lo avrebbe chiamato nel suo entourage per inventare qualche paradossale gag con la differenza che Welles si muoveva nell’ambito della narrazione, Trump invece si muove in quello della realtà e con in mano gli strumenti di distruzione nucleare.

Mentre scrivo arrivano le notizie che confermano la mia convinzione che al peggio non c’è mai fine: Trump adesso arriva ad attaccare il Papa che diventa il suo nuovo bersaglio, stiamo regredendo al periodo storico delle investiture, alla lotta medievale tra papato e impero, siamo tornati indietro di mille anni con l’imperatore Trump che accampa diritti sulla soglia pontificia con l’aggravante che il Papa Leone XIV è anche un americano e quindi in primis un suddito dell’imperatore. Eppure l’America ci ha sempre affascinato per le innovazioni, le scoperte, il concetto di libertà espresso dalla statua che si staglia nella baia di Hudson davanti a New York.

Anche in questo romanzo e in tutti gli abitanti di Maliñha c’è la speranza che la vita sull’isolotto possa cambiare, ma è un’illusione perché alla base dell’ingerenza americana e di tutte le altre potenze mondiali c’è sempre il possesso del denaro e la conquista di nuove terre e di nuovi popoli. Gli americani sono alla ricerca sempre di nuove frontiere e quando sulla terra queste sono finite vanno sulla Luna, ci sono andati tra il 1969 e il 1972, circa cinquant’anni fa, in piena guerra vietnamita, e ci vanno adesso con tutte le guerre in corso. Il primo sbarco sulla luna avvenne il 20 luglio 1969 con la missione Apollo 11, quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin camminarono per la prima volta sulla superficie lunare. Ci vanno adesso sulla Luna con tutte le guerre in campo create non solo da Trump ma anche dall’altro imperatore, il lupo della steppa russa ex capo del KGB Vladimir Vladimirovič Putin, i russi, i russi, gli americani non lacrime, non fermarti fino a domani… lo diceva Lucio Dalla già nel 1980 circa 50 anni fa, prevedendo un futuro allora inimmaginabile. Ma anche qui per omaggiare Welles c’è sempre un lato comico, che ci fa accettare di buon grado la realtà e il 2 aprile 2026 quando è partito il razzo Artemis II con le sei bandiere americane piantate sulla Luna ma molto probabilmente diventate completamente bianche a causa dell’intensa radiazione solare e del calore, perdendo i colori originali è ritornata dopo tanto tempo la famosa frase Houston abbiamo un problema c’è stato un guasto alla toilette circa tre ore dopo il decollo. Con grande meraviglia abbiamo scoperto i problemi dell’evacuazione umana nello spazio e in microgravità, pensate un po’ con tutto quello che succede l’essere umano ha ancora bisogni elementari da soddisfare e sono bisogni che la realtà virtuale o l’intelligenza artificiale non possono risolvere, e meno male. Dopo questo imprevisto gli astronauti hanno ricevuto indicazioni precise: usare il sistema solo per i rifiuti solidi, mentre per i liquidi hanno fatto ricorso a una soluzione di emergenza già prevista, ovvero degli appositi sacchetti. Non c’era un idraulico a bordo e se non si trova sulla Terra figuriamoci nello spazio. La toilette è composta da due elementi principali: un tubo per la raccolta delle urine e un comparto per i rifiuti solidi. Le urine vengono espulse nello spazio più volte al giorno, mentre i rifiuti solidi vengono raccolti in sacchetti, compressi e conservati per essere riportati sulla Terra. Ora la missione Artemis 2 prevede un viaggio di circa 10 giorni, e sulla falsariga dei classici problemini della scuola elementare che svolge mio nipote di sette anni al quale ho chiesto, se gli astronauti che sono quattro producono 2 sacchetti a testa al giorno con quanti di questi sacchetti torneranno a casa gli astronauti? Mi ha risposto con 80 sacchetti, basta fare 2×4=8 e 8×10= 80 e li ha anche elogiati per il grande spirito naturalistico-ecologico-spaziale. Intanto nello stesso tempo di dieci giorni Netanyahu appoggiato da Trump e non solo avrà distrutto forse non 80, non 800 e neanche 8000 esseri umani, rasentando invece cifre a quattro zeri, purché musulmani palestinesi, libanesi o siriani animato dal grande spirito cristiano che neanche Goffredo di Buglione, il comandante in testa della prima crociata, alla fine dell’anno mille poteva avere nel porto di Brindisi pronto a salpare per le Crociate in Terra Santa dove riposa, benedetto uomo, nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

E con questo la morte non si augura a nessuno ma se succede…

Mentre pensavamo all’isolotto felice del romanzo pronto ad accogliere la Coca-Cola, all’uomo sulla Luna, e all’impresa della navicella Orion che è riuscita ad andare sul lato oscuro della Luna, lo stretto di Hormuz, controllato dall’Iran e il cui blocco, sin dall’inizio della guerra, ha generato un rincaro globale dei prezzi del carburante si chiudeva al passaggio delle navi, mettendo in ginocchio l’economia mondiale e veniva fuori il vero lato oscuro della luna, quello che cantavano i Pink Floyd nell’album “The Dark Side of the Moon” (1973), focalizzato sulle pressioni della vita moderna, la follia, il tempo e la morte, l’alienazione umana e la natura oscura della mente che ci prende adesso di fronte a quello che sta accadendo, i conflitti interiori, l’avidità, il passare del tempo, la morte e la follia. Sentiamo in testa l’inesorabile battito cardiaco e il tintinnio delle monete del registratore di cassa e negli occhi abbiamo il prisma che rifrange la luce della copertina nella speranza che questa luce illumini una volta per sempre l’uomo e lo riporti alla felicità facendolo uscire dal labirinto infinito nel quale stiamo tristemente sprofondando avvolti dall’ombra delle tenebre dalle quali solo con un balzo possiamo tornare “a riveder le stelle”