Il crimine del Paradiso – Guillaume Musso
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Guillame Musso si lascia tentare da un puro divertissement nel suo ultimo romanzo: “Il crimine del Paradiso”, pubblicato da La nave di Teseo e tradotto da Sergio Arecco. Ci riporta alla fine degli anni ’20 del Novecento, in Costa Azzurra, dove mette in scena un noir che ha molto del caso della camera chiusa alla Agata Christie, sebbene il crimine abbia un perimetro un po’ più allargato (alla zona di Antibes in particolare). L’influenza della celebre scrittrice inglese è talmente evidente, che uno dei personaggi principali del suo romanzo si chiama Agata Harding, e fa proprio la scrittrice.
Agata Harding è lì, perché è molto amica dei coniugi Livingstone, ricchi americani che hanno vicino ad Antibes una villa sontuosa, Villa Starlight, nella quale ospitano spesso numerosi amici. Una sera apparentemente normale avviene il delitto di cui ci parla il romanzo: il rapimento di Oscar, figlio della coppia e per indagare su questo episodio viene chiamata una brigata di Marsiglia, la nona, al comando della quale c’è il commissario Joseph Lèques, vero protagonista di questa storia.
“Il crimine del Paradiso” è un romanzo piacevole (come deve avvenire con i divertissement), dal gusto un po’ retrò, che Musso sceglie di avere come omaggio a tutto tondo all’ambientazione. Tutto è costruito per rendere omaggio ai gialli classici, di cui questa storia è fortemente imbevuta, e a un clima storico molto particolare, quello degli anni che hanno chiuso completamente l’epoca della Prima Guerra Mondiale, ma non sono ancora stati “corrotti” dal crimine nazifascista, o almeno non completamente. Siamo quindi in un mondo a metà strada tra la soddisfazione di una guerra devastante terminata, ma senza ancora una piena speranza di futuro.
Il commissario Lèques (che però Musso rappresenta quasi più come l’uomo comune Joseph) è il tipico reduce, traumatizzato dal crimine della guerra, che stenta a ripartire con una vita normale. Beve, sopporta malamente una gerarchia della Polizia che poco concede al buon funzionamento delle indagini, ma molto invece alla corruzione letterale e dei costumi. Così come il suo aiutante Charlie Langlois, piccolo delinquente prima di andare in guerra e ora instancabile cacciatore di criminali. Joseph Lèques e Charlie Langlois disprezzano con tutte le loro forze la guerra ed è difficile non cogliere in questi personaggi e nei loro strali una critica totale e risoluta di Musso a una china che sta prendendo il mondo di oggi, che preoccupa non solo lui. Come se riportare alla memoria le atrocità della Prima Guerra Mondiale fosse un tentativo di far rinsavire un genere umano che sa trarre pochi insegnamenti dalla Storia.
Gli americani, da sempre grandi amanti della Costa Azzurra, non ne escono molto bene da questa vicenda. Sono convinti che con i soldi si possa comprare il mondo, guardano tutti dall’alto in basso, si atteggiano a puri, salvo essere pronti a commettere le peggiori nefandezze. Se qualcuno dovesse pensare che ci sia qualche riferimento all’attualità, credo che non si sbaglierebbe di molto. Ognuno tragga le conclusioni che ritiene più adatte.
Ma “Il crimine del Paradiso” non è di sicuro un pamphlet, o un libro nel quale si passano le pagine a lanciare denunce e a indignarsi. C’è anche molta passione (per non dire adorazione). C’è un tributo affettivo enorme verso la Costa Azzurra, soprattutto quella di un secolo fa, ancora relativamente incontaminata e assai meno “industrializzata” di quella odierna. C’è un riconoscimento al ruolo storico enorme e incontrovertibile dei classici della letteratura poliziesca (“ciascuno di noi reca in sé un potenziale assassino” fa dire Musso alla Harding, rubando la citazione ad Agata Christie) verso i quali Musso sa di essere debitore. E infine, uno degli aspetti che a mio parere risultano meglio riusciti in questo romanzo, c’è un’ammirazione sconfinata per il cinema e le arti visive in generale. Fotografata (perdonatemi la licenza) e cristallizzata in uno dei momenti storici fondamentali per la settima arte: il passaggio dal muto al sonoro e la rivoluzione epocale che questo comportava.
Con tanto di citazione colta di Hitchcock, alla cui maestria assoluta e sempiterna non possiamo che inchinarci anche noi.
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