Traditori di tutti – Giorgio Scerbanenco

Serie: Duca Lamberti
Editore: La nave di Teseo
Alessia Sorgato
Protocollato il 22 Luglio 2026 da Alessia Sorgato con
Alessia Sorgato ha scritto 184 articoli
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Il riassunto
Traditori di tutti – Giorgio Scerbanenco

Traditori di tutti” è la seconda indagine di Duca Lamberti, dopo il grande successo di “Venere privata“. Ambientato nella Milano degli anni ’60 ma il cui centro dell’azione è spostato verso Corsico e Binasco, lungo quel Naviglio che all’epoca è ancora via di trasporto (e la darsena è uno dei più affollati “porti” d’Europa) e lavatrice delle massaie più povere, sin dall’inizio del romanzo si trasforma in tomba d’acqua per una serie di enigmatici omicidi. A caderci dentro, infatti, sono ben tre auto, una dopo l’altra, e al loro interno le vittime sono quanto mai misteriose. All’Alzaia, nel canale, scivola una prima auto: a bordo, “vecchiotti e grassotti”, intorpiditi da un lauto pranzo offerto dalla “americana”, stanno Adele Terrini, detta la Troia o la Speranza a seconda di chi la chiami, e Turiddu Sompani,di origine bretone ma naturalizzato, sedicente avvocato con tesserini rilasciati da fantomatici Ordini, in odor di affaracci entrambi. Pochi giorni dopo, scenario simile, ma inseguiti e crivellati di colpi, piombano nel “fosso” milanese anche la bella Giovanna Marelli, che doveva andar sposa il giorno successivo al padrone di una catena di macellerie, e tale Silvano Solvere, allampanato e distinto, che della morazza che gli siede al fianco è l’amante ma che, col macellaio, crea un trio ingaggiato in traffici molto illegali.

Nell’indagine, condotta ufficialmente dal Questore Carrua, verrà presto incluso un terzo caso, precedente ai due, dove altra coppia, ma di più basso profilo, è finita nel naviglio con l’auto. Coincidenze che non piacciono, soprattutto a Duca Lamberti, ingaggiato dalla morazza ancora viva e rosso vestita, che gli capita in casa, in piazza Leonardo da Vinci, con un’esigenza medico-cerusica molto particolare. Deve tornare “illibata” per quella famigerata prima notte di nozze, che a breve l’attende, e ad una ricucitura così singolare non può che dedicarsi un personaggio che con l’arte medica bazzichi, ma non ufficialmente. Come uno espulso dall’Ordine, per fare un esempio, e Duca Lamberti notoriamente lo è, visto che ha praticato l’eutanasia ad una paziente. Morazza che recupera il fiore della gioventù e Duca che diventa depositario di una misteriosa valigia.

In questo splendido noir, Giorgio Scerbanenco snocciola i capisaldi della sua scrittura gialla: da un lato l’indagine condotta in modo tradizionale, da un interrogatorio all’altro, da un appostamento ad un inseguimento, senza che Duca tocchi mai un’arma da fuoco (perché preferisce picchiare), dall’altro il gusto per una scrittura “parlata”, dialogata più che descritta, dove il pensiero e la favella si intrecciano, dove i personaggi si esprimono per quel che sono (magnifica la pupa del massacratore Claudino, con i suoi intercalari “fecali”), anche quando parlano poco – come Livia la tagliuzzata – o Mascaranti e i suoi assensi composti.

La vicenda affonda la sua trama anche nel passato, nei traffici della guerra che sta per finire, quando chi ammiccava ai fascisti ora deve cambiare amici e passare da varie casacche, tanto poi da finire col tradire tutti. L’unico che resterà al suo posto, a fare il collaboratore della Polizia sotto mentite spoglie, è Duca, con la sua rabbia non solo per una radiazione che trova ingiusta, che lo costringe a girare coi polsini della camicia sfilacciati, a mangiarsi le olive dell’aperitivo che Carrua trova schifose, ma soprattutto per un mondo dove i veri delinquenti la fanno sempre franca, i giudici sono garantisti solo con i potenti e i veri servitori della patria arrancano per pochi soldi fino a farsi ammazzare. I suoi soliloqui sulle mazzette, le spie, i mestatori di fango e le meretrici di cervello, non le povere paesane con le braccia piene di morsi di pulci, sono capolavori di coscienza civica, brani da far leggere alle scuole superiori per tentare di agitare quel po’ (che non è poco) di capacità di indignazione rimasta alle nuove generazioni.

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