«Sei preoccupato per il lavoro?» chiede Young. Non capita spesso di vedere Jamieson dubbioso.
Jamieson si stringe nelle spalle. «Non mi importa quanto è in gamba quel ragazzo, questo  il genere di lavoro che può farlo inciampare. Dammi retta. Non dico che non può farcela. Non dico che farà casini, assolutamente. È il migliore per un tale lavoro. Ma il punto è questo. Pensaci. Non sappiamo dove lo stiamo mandando. Non sappiamo che cosa stia combinando Winter.»

È indisputabile la fascinazione che il mondo criminale esercita sul lettore. È la spinta essenziale per un noir; per leggerlo, per scriverlo. Forse è su questa essenza che Malcom MacKay fonda la sua Trilogia di Glasgow. I tre romanzi costituiscono un arco narrativo minimo, una morte necessaria, una crescita che è un’iniziazione a un mondo degli adulti dell’underworld criminale, poi un momento di lucidità e fuga. La Glasgow delle bande e dei sicari è essenziale ancora nelle sue descrizioni di ambienti e uomini, i personaggi femminili sono portatatori di normalità, disagio, di una realtà quasi fuori dal determinismo delle scelte e delle azioni di questi gangster. Questi uomini infatti sono necessitati a una vita di sacrifici, di voci e pettegolezzi che possono scatenare guerre per il territorio, cause ed effetti che non lasciano scelta o interpretazioni. MacKay toglie tutto il superfluo, crea un palco su sfondo nero, provvede con proposizioni brevi e lascia i suoi personaggi a sbattere tra loro.

Comincia con una telefonata. Informale, chiacchiere amichevoli, zero lavoro. Ti metti d’accordo per un appuntamento, campo neutro, meglio se pubblico. Devi stare attento, non importa chi ti ha chiamato, non importa qual è il luogo d’incontro. Pianificare ogni eventualità, non dare nulla per scontato. La tentazione di fidarti, tentazione sbagliata.

Nell’epica criminale di Calum MacLean, giovane killer, freelance prima, poi come costretto a entrare nella banda Jamieson, il narratore onnisciente non giudica, non imbelletta la città, lascia che gli interessi e le reputazioni collidano. Nega allo stesso tempo ogni cinismo descrittivo. È la moltitudine di gorilla, piccoli spacciatori falliti come Lewis Winter, killer più o meno metodici che insieme compongono una musica senza nichilismi verticali come, molto più a sud, nello Yorkshire di David Peace, per un esistenzialismo violento. Calum MacLean uccide amici o è pronto a farlo perché, se c’è stata una scelta originaria nel diventare un killer, questa è la vita per cui è portato: toglierla agli altri.
La trama è unica e semplice.
A Glasgow Lewis Winter fa affari dove non dovrebbe. È un piccolo criminale ormai di mezz’età. Non ha mai fatto il salto se non per cadere e fallire. Deve esserci un puparo dietro a muovere i fili ma, sfidando Peter Jamieson, Lewis ha firmato la sua condanna a morte. Il boia deve essere uno bravo perché un puparo ancora senza nome è sicuro, e pericoloso e Winter sicuramente non ha sfidato Jamieson senza una protezione. Serve un esecutore bravo ed è Calum MacLean. Un killer a contratto, un freelance come tanti ma un assassino di talento è raro e, per quanto bravo, la protezione e il sostegno di un’organizzazione è qualcosa di cui avrà bisogno.

Coraggio e intelligenza presi da soli non valgono granché. È il motivo per cui Jamieson e Young lavorano insieme e lo faranno per sempre. È il motivo per cui ci sono tanti mediocri. Hanno una cosa oppure hanno l’altra. In questa attività uno stupido può avere abbastanza coraggio da rendersi utile. Uno intelligente può fare molto. Per essere grandi bisogna avere entrambi.

“Shug” Francis infatti non si accontenta dei suoi proficui traffici quasi legali. Vuole entrare nel giro grosso, vede gli altri fare un altro tipo di soldi. Non è il puparo che vuole scatenare la guerra con la banda Jamieson ma è convinto di esserlo, di tirare i fili. Sarà la guerra, una con pochi morti e quasi nessun cadavere ritrovato, una lotta per una piccolissima scalata al cielo che può solo soddisfare l’ego di chi vuole una qualche occasione di cambiamento.
A guardia dello status quo c’è ancora Calum MacLean ma lui sta cambiando, il giovane killer mentre gli altri colleghi invecchiano e invecchiando non hanno più alcuna possibilità di cambiare vita. Intanto la guerra esplode e la polizia cerca di capire chi ha ucciso chi, MacLean preparerà la fuga da Glasgow come se i piani degli uomini come lui non fossero destinati a infrangersi con la realtà.

L’altro giorno ha quasi avuto la tentazione di comprarsi un berretto, ma poi ha desistito. Non si è mai sentito della sua età. Più sulla trentina o sulla quarantina. Negli ultimi vent’anni la sua vita, e il suo stile di vita, non sono cambiati granché. Il che gli ha quasi fatto credere di non essere invecchiato. Era una bugia facile a cui credere. Adesso è di gran lunga più difficile. In due giorni gli sono sfrecciati davanti vent’anni. Ora è un vecchio con un’anca di plastica e poco futuro. Lo sente. Un’ultima occhiata al telefono. No, questo pomeriggio non hanno intenzione di chiamare. Esce dalla porta e si ritrova sotto la pioggia. Fa’ fare ginnastica all’anca, smettila di stare bloccato; non lasciare impigrire i muscoli. Quel genere di cose a cui solo un vecchio è costretto a pensare.

I titoli tradotti – The Necessary Death of Lewis Winter, How a Gunman Says Goodbye, The Sudden Arrival of Violence – non rendono appieno il senso di solitudine e malaise che pervadono tutta la trilogia, sovrasta i personaggi come il cielo piovoso della città in cui si muovono, effetto inevitabile di vite strette in una paranoia assoluta.
La carriera di un sicario della malavita di Glasgow senza stupidaggini: si comincia da indipendenti, si diventa degli eroi della mala, si ottiene il rispetto della città e la protezione di un’organizzazione e poi – con tutt’altro che niente – si sparisce. Al lettore rimane il piacere di una saga noir magistrale.

Trilogia di Glasgow – Malcom MacKay

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