Stagione di cenere - Pasquale RujuPare esserci un filo, sottile ma robusto, a legare la tradizione del giallo italiano più corposo, che si colora di noir, a quella americana. Così Camilleri dichiara, in una recente intervista, di immaginare, tra i miti di Hollywood, Humphrey Bogart nei panni di Montalbano. E anche De Cataldo non manca, nel suo capolavoro “Romanzo criminale”, di affiancare ai suoi protagonisti Freddo e Dandi, rispettivamente Noodles e Max, la cui vicenda costituisce, di fatto, la linfa vitale di “C’era una volta in America”, di Sergio Leone, forse tra i registi al contempo più italiani e più americani della storia del cinema (come dimostra anche il neologismo spaghetti western, per definire un nuovo genere che fu anche un incontro di culture).

Stagione di cenere, di Pasquale Ruju, fumettista, sceneggiatore e doppiatore che si cimenta anche con il romanzo giallo, sa muoversi, in modo che risulta al contempo classico e originale, lungo questo filo. Come le rocce a picco sul mare della Gallura che, più che fare da sfondo, è un vero e proprio personaggio del romanzo, così il paparazzo Franco Zanna sa essere ruvido e al contempo donchisciottesco, per certi versi persino ingenuo, come l’intrigo finirà per rivelare.

Ha un che di Marlowe e un che di Sam Spade, cui lo accomunano un’ironia cattiva, disincantata ma non cinica, e una certa tendenza a passare, se le circostanze lo suggeriscono, anche alle vie di fatto. Diversi particolari però lo distinguono dagli investigatori scaturiti dalla penna di Chandler e Hammett. Uno su tutti: Marlowe e Spade sono in fondo soli anche se in compagnia; Zanna, pur se spesso rifugge persino chi ama, non è mai davvero solo.

Gli sono accanto, ciascuno a suo modo, i compari di bevute e di bravate, la barista Cosima e anche quello zio Gonario che, a suo modo, cerca forse di essere un giusto, anche se la sua storia e il suo carattere di brigante all’antica lo collocano dal lato sbagliato della legge. E poi, soprattutto, la sua Valentina, la figlia lontana che, anche nei momenti più duri, lo allontana da quello che il protagonista di “Stagione di cenere” (così come della precedente fatica letteraria di Ruju, Nero di mare), definisce, forse per burla, forse per esorcizzare un rigurgito di nichilismo, il Nero dei suoi pensieri.

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E come Montalbano non sarebbe Montalbano senza le intemperanze di Augello, la saggezza di Fazio, le incursioni di Catarella, così Zanna trova spessore in una coralità che non si sublima (o si esaurisce?) in uno slancio eroico, ma si sostanzia di una più vicina e tangibile umanità.

Si parla di fuoco, in questo libro. Del fuoco che devasta terreni per far comodo a loschi traffici avvolti nel mistero: di fiamme alte che non lasciano scampo, alimentate da un vento che pare non placarsi. Vampate che si lasciano dietro dolore e cenere: talvolta, morte. È stato così per il belga De Wilde, forse uno dei tanti turisti che affollano la Sardegna. Forse.

C’è anche il giallo, oltre al romanzo, a tenere desta l’attenzione del lettore: un mistero che parte in sordina, ma si fa di capitolo in capitolo più avvincente. La morte accidentale sembra in un primo momento trasformarsi in un delitto difficile da provare, ma fin troppo chiaro a chi osserva la vicenda con gli occhi del protagonista. Eppure, quando il fuoco si spegne e ci si ritrova a fare i conti con la cenere, resta una sorpresa a far compagnia al lettore. Oltre a un po’ di rabbia e di amarezza, pure accompagnate, malgrado tutto, da un sottofondo di speranza che pare preludere a un seguito.

Recensione di Damiano Verda

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Stagione di cenere
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Stagione di cenere
  • Pasquale Ruju
  • Editore: E/O