Quel che sa la notte - Arnaldur Indridason

“Lindargata non era mai lontana dai suoi pensieri: per quanti mutamenti potesse portare il progresso, in un certo senso il suo mondo sarebbe stato sempre quello dello Skuggahverf… Tutto questo, nella sua mente, era un mondo d’infanzia sempre presente, da ritrovare ogni volta che ne aveva voglia. Non importava quanti palazzoni vi venissero eretti, né quanto fossero alti. Non avrebbero mai potuto gettare ombra sul suo quartiere”.

Questa citazione tratta da Quel che sa la notte, ultimo romanzo di Arnaldur Indriðason, voce di riferimento del thriller nordico e in particolare islandese, fotografa lo spirito del protagonista, l’ispettore Konrað, ormai in pensione e alle prese con l’improvvisa riapertura di un caso che tanto, forse troppo, lo aveva coinvolto durante i suoi anni di servizio in polizia.

L’ispettore è un uomo semplice, ma determinato, solidamente ancorato alle proprie radici. Radici che affondano in anni in cui riscaldamento globale e crisi economica ancora non rendevano il futuro un luogo di ansia e paura, ma orizzonte di speranza. Anni certo non semplici, data la complessa e dolorosa storia familiare di Konrað, con un padre morto assassinato, e forse implicato in traffici tutt’altro che trasparenti.

Anni però a loro modo, comunque, ordinati, in cui i palazzoni ancora non occupavano il quartiere di Lindargata, a Reykjavik e i cui tempi, nel bene e nel male, erano scanditi dal “profumo di legname della Völundur” e dal “viavai dei marinai del porto”.

E il riscaldamento globale, che porta anche lo sterminato ghiacciaio Langjökull a ritirarsi, fa in un certo senso da detonatore anche alla vicenda più personale del romanzo. Una storia dolorosa, mai risolta anche se a lungo sopita. In una splendente giornata di sole, di fronte allo sguardo inorridito di un gruppo di turisti, lo sciogliersi dei ghiacci svela infatti un cadavere, perfettamente conservato.

Si tratta dell’imprenditore Sigurvin, scomparso molti anni prima. Konrað era stato, allora, pesantemente impegnato nelle indagini ed era forse tra i pochi a non essere persuaso che il responsabile fosse Hjaltalín, socio in affari di Sigurvin.

Hjaltalín non fu mai ufficialmente giudicato colpevole, ma fu costretto a portare il peso di un pesante dubbio per buona parte della sua vita, dato che nessun altro venne mai sospettato. E ora, con l’inatteso ritrovamento del cadavere, la storia pare destinata a ricominciare. Hjaltalín però è gravemente malato, morirà dopo pochi giorni.

Prima di andarsene però, affida a Konrað, l’unico poliziotto con cui sia riuscito a stabilire un qualche tipo di rapporto umano, il suo messaggio e, in un certo senso, la sua missione: non è colpevole. Ha pagato per altri, e forse ora c’è l’occasione di dimostrarlo.

Konrað è indeciso, ma sente di dover fare almeno un tentativo. E quasi per caso, si imbatte in nuove testimonianze, in nuove prove, alcune delle quali costituiscono anche una vera e propria doccia fredda, rispetto alle modalità con cui l’indagine era stata condotta da alcuni colleghi.

Il ritrovamento di Sigurvin, e forse anche la morte di Hjaltalín, sembrano aver smosso diverse coscienze, anch’esse come riemerse da un lungo periodo di ibernazione. Così, un passo alla volta, ci avviciniamo alla verità, in una dinamica giallistica che ricorda Georges Simenon e il suo commissario Magiret: tanto per l’incedere sicuro dell’indagine, quanto per la rotondità dello stile narrativo. E, come spesso accade, raggiungere la verità obbligherà il protagonista a scelte tutt’altro che semplici.

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Quel che sa la notte
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