In un paese tanto desolatamente povero di lettori quanto ricco di offerte mainstream (non sempre di eccelsa qualità),  un plauso particolare andrebbe fatto agli editori indipendenti che, lavorando in nicchie di mercato con scelte editoriali singolari e coraggiose, propongono talvolta piccoli gioielli letterari inaspettati: è il caso di Echi del silenzio, raffinato e insolito romanzo della scrittrice cino malese di lingua inglese Guat Eng Chua, che viene proposto dalla casa editrice  Le Assassine, realtà editoriale che pubblica letteratura gialla, declinata nei suoi vari sottogeneri, esclusivamente di scrittrici .

Inizio anni ’70: Ai Lian, giovane cino-malese, grazie a una piccola eredità espatria in Germania per sfuggire alle sommosse razziali e si innamora ricambiata del compagno di università Michael Templeton, studente inglese cresciuto in Malesia. Tornata in patria per assistere il padre malato, viene invitata da Michael a raggiungerlo nella piantagione di famiglia, ma il giorno dell’arrivo la fidanzata del padre di Michael viene assassinata. Inizia qui una ricerca della verità che porta a un finale sorprendente.

Molti e complessi sono i motivi di interesse per questo romanzo, nel quale la vicenda investigativa – ben costruita e articolata – viaggia in parallelo con tematiche più complesse legate al senso dell’identità culturale ed etnica, delle radici, all’etica: Guat Eng Chuah è la prima scrittrice malese a scrivere e pubblicare in lingua inglese, discendente di immigrati cinesi, i peranakan arrivati in Malesia tra il XV e il XVII secolo, che utilizza il romanzo giallo per scrivere un opera di denuncia in grado di aggirare le maglie strette della censura del proprio paese.

Guat Eng Chuah si affida alla struttura narrativa un romanzo anglosassone classico, dove gli indizi si svelano a poco a poco e dove ognuno dei protagonisti si rivela diverso da come sembra, con vecchie pistole che compaiono e scompaiono, e una collana di diamanti che fa da collante tra storie del passato e il presente.

Ma dove in Agatha Christie o in P. D. James i protagonisti fanno riferimento a un unico universo morale e sociale e dove i confini tra bene e male hanno contorni ben definiti, i personaggi di Guat Eng Chuah rappresentano identità culturali, etniche e sociali molto differenti: anche nell’approccio nei confronti del crimine e della sua punizione, con contorni molto più sfumati rispetto al mondo anglosassone. E’ questo un approccio che può spiazzare il lettore europeo, ma è sicuramente uno dei punti di forza di questo romanzo che – attraverso la ricostruzione del delitto contemporaneo – trova lo spunto per parlare di vecchi crimini di guerra, del passato e del presente colonialista, di diritti negati delle minoranze e della libertà di espressione. E lo fa in modo naturale e fluido, senza appesantimenti didascalici anche se – probabilmente – per una lettura più consapevole sarebbe utile una conoscenza anche sommaria della storia di una paese che vada al di là delle vaghe, suggestive  memorie salgariane.

La scrittura è notevole, raffinata, grazie anche a un elegante lavoro di traduzione che rende merito alle sfumature del romanzo: lo stile può ricordare da vicino quello di Marguerite Duras – L’Amante – nella sua capacità di trasmettere attraverso una narrazione classica la densa atmosfera tropicale fatta di ricordi, di sensualità rarefatta, legami familiari, paesaggi esotici.  I salti temporali  della trama rafforzano queste suggestioni anche visive, dando al romanzo nel suo complesso – al di là della trama crime – una dimensione di grande affresco storico e familiare.

Echi del silenzio è un’opera ambiziosa, che l’autrice riesce a portare a termine con grande equilibrio: lo si potrebbe definire un “giallo colto”, non adatto forse a una facile lettura estiva ma decisamente intrigante per chi, amando la buona scrittura e le atmosfere orientali, sia alla ricerca di una storia complessa e di ampio respiro.

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