Sottobosco – Sara Stromberg
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“Sottobosco”, l’esordio letterario dell’autrice svedese Sara Stromberg è il primo romanzo di una serie che vede come protagonista Vera Bergstrom. Un romanzo che sorprende per due motivi: la protagonista e l’ambientazione.
Partiamo dal primo: Vera Stromberg è un’eroina diversa dalle molte protagoniste del noir. Ha cinquantasei anni ed è, o almeno si sente, “una donna scaduta. Un po’ triste, a modo suo”. Dopo trentacinque anni d’amore il marito l’ha lasciata per una donna più giovane, ha perso il lavoro di giornalista che amava alla follia e suo padre, al quale è molto legata, è invecchiato e, ridotto su una sedia a rotelle, vive in una casa di riposo. Inoltre, per tirare avanti Vera è stata costretta ad accettare un incarico come assistente scolastica, dopo una vacanza estiva disastrosa le sue amiche d’infanzia si sono allontanate, ha problemi all’anca e i sintomi più sgradevoli della menopausa la tormentano. Vera è una donna sola, che cerca di affogare la depressione nell’alcool ed è reduce, come apprendiamo nel corso della storia, da un tentativo di suicidio per il quale dovrebbe essere seguita da uno psicologo, cosa che lei rifiuta. Le uniche persone che le sono rimaste vicine, l’amico d’infanzia Thomas e i proprietari della locanda del paese, Katta e Bjorn, non riescono ad alleviare il suo male di vivere.
Per quanto riguarda il secondo punto, “Sottobosco” ci propone un’ambientazione particolare, quella delle Alpi Scandinave, a cavallo tra Svezia e Norvegia. Si tratta di un territorio caratterizzato da vaste foreste, da laghi e da una popolazione sparsa che vive spesso in cottage isolati. Le vette montuose sono elevate e il clima è molto rigido. Anche se è solo settembre, cade già la neve e c’è bisogno che gli addetti spargano sabbia sulle strade per impedire il formarsi di ghiaccio. Si tratta di luoghi così sconosciuti che spesso, durante la lettura, sono ricorsa a Wikipedia per orientarmi nel mondo dell’estremo Nord, dove il cambiamento climatico che ci tormenta e ci spaventa è ancora molto lontano.
Ma ora torniamo alla nostra storia. Il brutale assassinio di una donna, da poco trasferitasi nella regione dove Vera vive, fornisce alla protagonista la ragione per tornare a scrivere per il giornale per cui aveva lavorato oltre trent’anni. Il suo vecchio caporedattore, infatti, la contatta per seguire il caso. Vera dovrebbe occuparsi del colore locale, intervistare chi vive in quelle zone, scrivere della paura e dello sgomento della gente che si è sempre considerata al sicuro dalle efferatezze che travagliano Stoccolma e le maggiori città svedesi. Vera, però, da vecchia giornalista d’inchiesta non riesce a limitarsi a ciò che le è stato chiesto. La crudeltà dell’omicidio la sgomenta. Isabella, questo è il nome della vittima, è stata uccisa con una violenza inaudita da qualcuno che doveva odiarla molto. Ma chi poteva avercela con una donna mite, che viveva insieme alla figlia di un anno e si manteneva preparando del pane sottile e croccante che poi vendeva al locale supermercato? Vera è convinta che la verità si celi nella vita precedente di Isabella, perché la donna uccisa nasconde dei segreti che nessuno, in paese, conosce.
Come un segugio Vera decide di seguire le tracce che Isabella ha lasciato dietro di sé e che non è riuscita a occultare completamente. Sa che è pericoloso, qualcuno la segue, la minaccia ed entra addirittura nella sua casa tentando di terrorizzarla, ma lei non demorde. Per la prima volta, dopo anni di solitudine e di abbandono, si sente finalmente viva. Indagare per scrivere è tutto ciò che ha sempre desiderato fare e non permetterà a nessuno di fermarla. Anche perché, i pesci fessi, cioè la polizia, sono a un punto morto e altre persone perdono la vita in maniera poco chiara.
Il romanzo procede su due piani. Il primo ha per protagonista Vera, la sua solitudine, la sua ricerca di un motivo per esistere. Il secondo ci trasporta in un passato lontano. Un passato in cui due ragazzi si rendono complici di un brutale delitto. All’inizio non è facile comprendere ciò che lega le due parti della storia (la seconda non reca una data, ma è scritta in corsivo), che piano piano si intersecano fino a diventare una sola.
Il romanzo mi è piaciuto molto per diversi motivi. Innanzitutto ho amato Vera, la sua disperata voglia di scrivere e di contare ancora nel mondo: “Esistevo solo quando scrivevo, quando sotto un articolo compariva la fotografia del mio viso. La gente poteva pensare che ero patetica, una vecchia befana a caccia di attenzioni, ma non m’interessava più.” Inoltre sono rimasta affascinata dall’ambientazione in un mondo per me misterioso, lontano dalla Svezia conosciuta attraverso i giornali, la televisione e le guide turistiche. Un paese dove, nonostante la modernità che avanza, vivere è ancora una scommessa, perché si è soli, con il buio e la neve che avvolgono il territorio e lo isolano. Mi è piaciuta anche la scrittura, semplice, scorrevole, ma mai banale. Infine, il romanzo è uno di quelli che hanno il grande merito di portarti lontano. Di permetterti di viaggiare anche solo con il pensiero.
Per queste ragioni lo consiglio, e non solo agli amanti del giallo.
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