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Francesco Grimandi, appassionato di Storia Antica e di misteri, ci regala un nuovo e avvincente capitolo nella serie di indagini del Vicario di Giustizia Jacopo Lamberti con il suo romanzo “Sacrilegio“. Ambientato nella Bologna del marzo 1327, il libro ci immerge in un’atmosfera tesa e piena di sfide per il protagonista.

La storia si sviluppa intorno all’arrivo del Legato Pontificio a Bologna, mentre la tensione nel contesto cittadino è palpabile. Nel frattempo, una preziosa reliquia scompare da un convento e la badessa chiede a Jacopo Lamberti di indagare. Il tempo stringe e nel frattempo riemerge dal passato una vecchia fiamma. Nonostante le pressioni, Jacopo non si accontenta delle prime risposte che riceve e desidera approfondire le sue indagini per svelare la verità. Tuttavia, più pone domande, più emergono dettagli che non quadrano e alcune coincidenze attirano la sua attenzione.

Senza aiuti e sotto la pressione del cancelliere comunale Graziano Bambaglioli, che lo incarica di indagare su una possibile congiura contro il Legato, Jacopo è determinato a scoprire la verità, anche se il suo senso di giustizia rischia di scontrarsi con i suoi sentimenti personali. Si troverà a combattere tra le insidie delle due indagini, mentre la città di Bologna si trova in una situazione di conflitto tra nuovi e vecchi poteri.

Sacrilegio” è un thriller che tiene i lettori sul filo delle emozioni, offrendo una corsa contro il tempo in un’ambientazione storica affascinante. Sebbene segua gli avvenimenti della precedente indagine di Jacopo Lamberti nel libro “Il soffio della morte“, può essere letto come un’avventura a sé stante, consentendo a nuovi lettori di immergersi in questa storia coinvolgente.

Francesco Grimandi, autore finalista al Gran Giallo di Cattolica – Mystfest 2017, si conferma come un abile narratore capace di fondere la Storia con il mistero, creando un noir dal ritmo incalzante con colpi di scena continui. Le sue opere, “Affresco Veneziano” e “L’eremo nel deserto“, sono disponibili on-line insieme a “L’Orizzonte di Aton“, una remota indagine sulla morte del faraone eretico Akhenaton, e “Il soffio della morte“, giallo sullo sfondo della Bologna del ‘300, che ha dato il via alle inchieste del Vicario di Giustizia Jacopo Lamberti. Un racconto noir ambientato a Venezia nel XVI secolo è presente ne “Il Giallo Mondadori“.

Estratto

Bologna, 9 marzo 1327, primo mattino

— È sparita! — esclamò la badessa alzando le braccia al cielo, a ribadire l’enorme disgrazia abbattutasi sul convento.
Jacopo la guardò, cercando di assorbire più informazioni possibili sull’ambiente che gli risultava quanto mai estraneo.
La donna, piuttosto alta, gli stava di fronte sovrastandolo con lo sguardo fiammeggiante di chi ha subito un grave torto. Tuttavia, dopo l’esibizione di collera, aveva riportato le mani avanti a sé, riassumendo una posizione più pudica e consona alla sua vita religiosa, benché ricoprisse una carica influente.
Il viso, tondo e levigato, era tirato in una smorfia d’attesa che non riuscì a nascondere. Jacopo l’osservò, mantenendosi con la luce delle torce alle spalle, nel gelo della cripta che gli penetrava i vestiti e gli entrava nelle ossa. Odiava il freddo e odiava essere coinvolto in situazioni del genere. Annuì quasi con rassegnazione.
La badessa era forse più giovane di quello che sembrava. Il corpo non era ancora sfiorito sotto l’abito severo che il suo ordine le imponeva. Conservava quelle attrattive peculiari di qualunque donna e solo esaminandola meglio Jacopo notò la cura con cui le ciocche di capelli erano state nascoste sotto il velo che ricadeva morbido sulle spalle, avvolgendole il capo.
Il suo volto però era pallido. Anche per la scarsa luce che rischiarava la volta bassa e umida. Prima di scendere con lei, Jacopo le aveva chiesto ragione della convocazione, dato che la sua giurisdizione civile non comprendeva i luoghi di culto.
Ma la badessa lo aveva prontamente rassicurato, dicendo che presto il motivo per cui il furto lo riguardava gli sarebbe risultato evidente. Jacopo continuava a non trovare un nesso, benché si arrovellasse a considerare ogni possibile relazione.
Qualcosa gli sfuggiva e iniziò a sentirsi in colpa.
— Scusate, ma non capisco. Che cosa vi hanno sottratto?
La badessa si fece da parte indicando l’altare che le stava alle spalle, fino a quel momento rimasto defilato nell’ombra.
— È stata rubata la teca d’argento in cui sono custoditi i poveri resti della nostra venerabile patrona, Diana d’Andalò!
La forza imperiosa dietro a quello scatto le scintillò negli occhi, come se tutto ciò che li circondava fosse ai suoi ordini.
Jacopo pensò a come potessero sentirsi le altre monache.
Preferì ignorarlo. Ormai, era invischiato in quella storia.
Gettò uno sguardo all’altare, oltre il quale emergeva una nicchia con un’immagine votiva, in cerca di eventuali indizi.
Due ceri spenti ne occupavano le ali, il ripiano di marmo appariva spoglio, ma una lamina di piombo riposava solitaria di lato, sulla nuda pietra, come se qualcuno l’avesse scalzata e rimossa, lasciando un vuoto al centro.
Jacopo si fece avanti per studiarne i particolari da vicino.
Passò le dita nell’incavo buio non incontrando resistenze a parte la polvere. Il ladro doveva conoscerne il contenuto ed era andato a colpo sicuro.
Mosse un passo indietro, sempre sotto gli occhi da aquila della badessa, controllando se vi fossero altri segni di scasso.
Non essendo mai stato lì, non era semplice intuire se era stato spostato qualcosa. Scosse la testa. Poteva cercare graffi o altre tracce, ma al momento non notò nulla di significativo.
— Ahimè, quando non si ha più rispetto delle cose sante, questi sono i risultati! — sentenziò severa la superiora.
Jacopo l’ignorò e andò a prendere una torcia per far luce.
La cripta si trovava un piano sotto la chiesa del convento e per raggiungerla avevano preso una corta scala a chiocciola dai gradini di pietra. Non vi erano altre uscite, ragionò tra sé.
Il ladro, o i ladri, dovevano avere usato quell’accesso per entrare. Di sopra tramite la navata della chiesa si accedeva al cortile esterno del chiostro, il fulcro del convento. Durante il giorno, con il continuo viavai delle monache, era impossibile passare inosservati. Ma sarebbe bastato aspettare il buio o un orario in cui le religiose si ritiravano in preghiera o a dormire per aggirarsi indisturbati. Tuttavia si doveva avere una buona dose di fegato o di cieca disperazione per non considerare le complicazioni di una simile impresa.
Ore prima aveva diluviato e la terra era tuttora inumidita.
Diversi canali erano straripati in città, per fortuna senza gravi conseguenze, per poi ritornare nel loro alveo, lasciando quantità di detriti a indicare il livello dove era giunta l’acqua.
Le vie vicino al Cavaticcio e alle Moline erano ingombre di erba, rami e terra trasportati dalla corrente del fiume Reno, e i muri delle abitazioni erano segnati da lunghe strisce gialle e limacciose che le prossime piogge avrebbero forse ripulito.
Quelle che cercava erano tracce di fango, ma lì sembrava tutto asciutto. Chi aveva attraversato l’ambiente si era tenuto al riparo dal temporale.
La badessa gli si accostò, mentre era intento a esaminare il percorso dall’altare alla scala scandito dalle colonne che si innervavano nelle volte a crociera. Assomigliava alla Chiesa del Crocifisso in Santo Stefano ma l’ambiente era più stretto.
Negli occhi della religiosa lesse una sorta di rimprovero.
— Cosa state facendo? — domandò accigliata la donna.
— Sto svolgendo le mie valutazioni — le rispose Jacopo cercando di mostrarsi rispettoso malgrado non si divertisse a trovarsi in quel luogo e in quella situazione senza un motivo.
Fuori le nubi si erano schiarite, facendo largo a un timido sole, ora però sembravano addensarsi sul volto della badessa.
— Notavo che non vi sono impronte — le disse Jacopo, indicando con un ampio gesto del palmo il pavimento pulito.
— Se ve lo chiedete, nessuno l’ha lavato. Lo vedete nello stesso stato in cui si trovava, quando ci siamo accorte che era sparita la teca con le reliquie.
Jacopo studiò la donna vicino a sé, sembrava dire il vero. Il tono della superiora era carico di irritazione, ma non erano le condizioni del pavimento a infastidirla. La replica, piccata, lasciava semmai supporre altro.
— Siete a conoscenza di qualcosa che io dovrei sapere?
— Prima terminate il vostro esame poi mi aprirò con voi.
— Come preferite. Le funzioni si sono svolte al piano di sotto? Intendo dire, non vi sono stati cambiamenti di rilievo?
— No — confermò la monaca, anche se il suo volto ebbe una nuova contrazione, ma la mascella restò serrata, come se trattenesse quel che voleva aggiungere.
Jacopo fece correre di nuovo lo sguardo attorno, sui muri e sulle torce fumiganti che non riuscivano a intiepidire l’aria.
Quell’ordine così ostentato e solenne doveva costare non pochi sforzi alle fedeli custodi del luogo sacro, assorbendone ogni briciolo di energia e di impegno. Era comprensibile che volessero riavere quanto prima ciò che era stato loro sottratto per ristabilire l’equilibrio sciaguratamente infranto.
— Se riuscirete a ritrovare la reliquia — disse la badessa, quasi gli leggesse la mente, — dovremo informare il vescovo e indire una messa solenne per purificare la cripta della santa. È importante che tutto sia a posto, prima di ricollocare la teca nell’altare, si tratta del bene più prezioso che custodiamo qui.
— Non attendetevi sviluppi fulminei — l’avvisò Jacopo.
La badessa si girò verso di lui fissandolo con aria delusa.
— Mi è stato detto che siete il migliore in città per questo tipo di lavoro. Inoltre, ne siete anche doppiamente coinvolto!
Jacopo si drizzò sulla schiena, sentendosi punto nel vivo.
— Perdonate, chi vi ha fatto il mio nome? E perché sarei coinvolto?
La badessa gli sorrise quasi fosse persuasa di aver esteso una sorta di potere su di lui. — Venite, Vicario, non abbiamo motivo di rimanere, quello che dovevate vedere l’avete visto.

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Sacrilegio
  • Grimandi, Francesco (Autore)

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