Rosso caldo – Patrizia Rinaldi
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Proseguiamo nel recensire la serie di Patrizia Rinaldi con protagonista Blanca Occhiuzzi: dopo “Blanca” e “Tre, numero imperfetto“, è la volta di “Rosso caldo” (Edizioni e/o, 2014).
Romanzo cruciale, questo, per la serie, giacché tutto subisce un’accelerazione, personaggi, relazioni e contesti subiscono un’evoluzione significativa.
La settantaquattrenne Alina Rosselli viene svegliata, in piena notte, da suoni metallici e trascinare di passi nei sotterranei del palazzo adiacente al suo. Come le accade ogni volta che avverte quegli strani rumori notturni, pensa che sia opera degli spiriti. Mariarca, che le dorme accanto, invece li associa a qualche disgraziato che cerca un posto dove dormire. Qualcosa sta succedendo, però, in quella cantina, visto che il giorno dopo proprio lì viene ritrovato un cadavere. E non è l’unica stranezza che si verifica in quei giorni in città: strani, macabri ritrovamenti evocano riti oscuri e cattivi presagi. Toccherà agli investigatori del commissariato di Pozzuoli districarsi tra false piste e specchietti per le allodole e per risalire alla verità.
“Durante il ritorno in macchina, Carità riportò le voci della zona; aveva ricevuto informazioni più comprensibili di quelle che stava ripetendo a Blanca.
La pioggia che aveva ripreso a cadere, il vocìo di uscita da scuola e il resto accompagnavano i racconti dell’agente.
Carità disse che in molti parlavano di spiriti moderni. Al primo che ne seguirono altri, intervallati dal suo silenzio e dal frastuono esterno.
Che il quartiere si aspettava un morto ucciso.
Grida, clacson, grida.
Che il quartiere si aspettava un morto ucciso in situazione insolita, cioè niente assassini di routine.
Brusio, passi su passi che acceleravano verso un riparo.
Che c’era un museo con cadaveri finti che inevitabilmente avrebbero chiamato cadaveri veri.
Musica, nomi cercati, frenate.
Che Attilio il guardiano aveva paura anche dell’ombra sua e che era una paura antica.
Fischi, risate bambine, tuoni.
Che le cugine Rosselli erano portate così. Mostrò il palmo della mano rivolto verso l’alto. Attilio meno.
Grida di venditori, richiami, litigi.
Che il Palazzo era inaccessibile.
Frenate, imprecazioni, rimproveri di madri rivolti ai bambini che non volevano altri guinzagli dopo la scuola.
Che gli scantinati invece…”
Blanca, però, non è serena ed è più selvatica e indomabile che mai: Ninì, la ragazzina che ha adottato, è in pericolo, un pericolo che viene proprio da chi avrebbe dovuto proteggerla e che invece non esita ad usarla e confonderla.
Un giallo intricato pervaso di grande sensualità e mistero, reso speciale dallo stile personalissimo e dall’uso speciale che la Rinaldi fa del linguaggio, che acuisce ed amplifica le percezioni. Sullo sfondo, poi, c’è sempre Napoli, quanto mai esoterica e misteriosa, ma anche prosaica, carnale, elitaria e popolare. Un romanzo in cui le contraddizioni s’incontrano e si scontrano in un’attualità sorprendente che, tuttavia, sa di antico. Probabilmente uno dei migliori gialli della serie, di sicuro uno dei miei preferiti. Ve lo consiglio caldamente, non prima, però, di aver letto i due capitoli precedenti, “Blanca” e “Tre, numero imperfetto“.
Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo “Il commissario Gargiulo” (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007), Blanca (Flaccovio editore 2009; Edizioni E/O 2013). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (EL 2011), e ha inoltre pubblicato numerosi racconti e novelle in diverse antologie.
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