Qualcuno conosce la verità – Lisa Scottoline
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Oggi comincio dalla fine. Niente paura, non farò lo spoiler, ma voglio soltanto citare testualmente la definizione che l’autrice, Lisa Scottoline, dà del suo ultimo romanzo “Qualcuno conosce la verità” (titolo originale Someone Knows), tradotto in italiano molto bene da Ilaria Mazzaferro per i tipi di Fanucci, serie TimeCrime. Nei ringraziamenti finali, lei lo chiama un “profondo thriller domestico”. Direi che si tratta di una definizione perfetta.
Già, perché in questo romanzo c’è molta “voglia di profondità”. Da un’autrice che ha dedicato la propria carriera soprattutto al legal thriller, uno si aspetterebbe più narrazione incalzante, eventi che si susseguono, e invece tra le pagine uno trova tanti affetti. Scritti e descritti molto bene, con delicatezza, seguendo il filo di un dramma che è innanzitutto un dramma familiare (o meglio più drammi familiari). Domestico, appunto. Ma che rimane anche nella sostanza un thriller, da qui la perfezione della auto-definizione dell’autrice.
Il racconto si svolge principalmente nei sobborghi di Philadelphia, dove ha vissuto per molti anni la protagonista del romanzo, Allie Garvey. Che solo in età adulta si è trasferita in città. Ed è da adulta che Allie ritorna con la memoria agli anni dell’adolescenza, riportando alla luce un evento traumatico che il suo inconscio aveva sepolto per vent’anni. Si ricrea così nel suo racconto, il gruppo di ragazzi che all’epoca erano stati protagonisti di questo evento: Sasha, David, Julian e Kyle. E compare anche una misteriosa pistola, che unita a un gruppo di adolescenti, come ci ricorda all’inizio del racconto l’autrice, non può che produrre una serie di eventi nefasti.
La Scottoline esce dal suo percorso tradizionale per sperimentare una narrazione più legata alla famiglia e all’ambiente domestico e dobbiamo dire senza dubbio che la sperimentazione si rivela molto riuscita. Il suo romanzo è un bell’affresco dei nostri tempi, che con la scusa e il filtro del ricordo dell’adolescenza, mette in luce le crepe più profonde della società americana di oggi. In particolare, traspare dalle sue pagine una sorta di disagio per un declino lento e inesorabile di una società dominata dalla violenza, dalla sopraffazione e dalla solitudine, non comune per il genere e soprattutto non comune per uno sguardo dall’interno di quella stessa società. In effetti, a tratti, sembra quasi di leggere una prospettiva europea sugli Stati Uniti (saranno le origini italiane dell’autrice?).
Uno dei tratti più riusciti del romanzo è inoltre la descrizione che l’autrice dà della famiglia (ricordatevi sempre che lei parla di thriller domestico). C’è un po’ di nostalgia per la genuinità e la purezza della famiglia tradizionale, ma non è un approccio stucchevole o reazionario quello della Scottoline. Soltanto sembra che nella sua visione sia proprio la famiglia a soffrire di questo degrado sociale. Dove si generano gli affetti più autentici si sono rotti dei meccanismi che non riescono più a essere ricostruiti e, questa rottura, non può che generare “mostri”.
Un tema ancora vale la pena di essere sottolineato ed è in questo caso un classico della Scottoline (come di tutti gli autori che prediligono il genere dei legal thriller). Ed è il tema della giustizia, intesa come legal, cioè come insieme di eventi degni di essere osservati e giudicati nell’ambito di una descrizione giuridica della realtà, ma che, come gli uomini di legge sanno e sempre ci ricordano, non ha nulla a che vedere con la giustizia o con la verità intese come categorie morali. O, detto in altri termini, questo romanzo ci ricorda ancora una volta che la giustizia che gli esseri umani riservano per i rapporti tra loro è una giustizia “debole”, che per quanto valida possa essere è sempre un po’ distante dalla verità intesa nel senso profondo del termine.
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