Nel momento in cui scrivo questa recensione non ho ancora incontrato Sandra Bonzi (sarà mia ospite a RisoLto Giallo il 5 ottobre) per cui non so ancora se le piaccia, o meno, annoverare il suo romanzo nella categoria del cozy crime, che tanto successo sta avendo, attirando sempre più lettori e autori (forse dovrei declinare al femminile…).
La Bonzi è giornalista e ha frequentato il mondo della televisione e del cinema (come ignorare il richiamo del suo titolo alla fortunatissima pellicola con Kim Basinger e Mickey Rourke?!), ergo non può ritenersi autore impermeabile alle tendenze ed al gusto del momento ma, si sa, la narrativa sta a sé e chi scrive può giustamente rivendicare indipendenza dai trend. Glielo chiederò.
Fatto sta, comunque, che la prima avventura di Elena Donati, giornalista 50enne (alter ego di Sandra?) e del suo sgarrupatissimo team investigativo sta a buon titolo su quello scaffale della libreria perché è frizzante, è animata da personaggi simpatici, fa sorridere spesso, ha una colonna sonora di tutto rispetto (ogni occasione è buona per citare Vasco Rossi) e, nonostante la mole di oltre 330 pagine, si legge d’un fiato. Anzi, si beve come un moscow mule con la fogliolina di menta, aperitivo che Elena scopre grazie al figlio ventenne, come l’autrice ha fatto col proprio, e come io le ho imitate mentre leggevo il romanzo (buono, confermo!).
Ambientato a Milano, Nove giorni e mezzo (tempo rigorosamente rispettato per compiere l’indagine) inizia con un delitto: Margherita – mamma della protagonista ormai ottantenne – “uccide” il proprio matrimonio sempiterno e pianta il marito per andare a vivere con le sorelle Giuffrida, sue amiche dall’infanzia, con cui potrà frequentare milonghe e finalmente divertirsi un po’. Scherzo. Anzi, no, questa esistenza trascorsa assieme è forse l’unico “cadavere” della narrazione: il padre Mario ne rimane annientato (all’inizio), la figlia Elena travolta (all’inizio) ma questa separazione è anche l’unico “assassinio” da cui si possa risuscitare perché nel breve volgere dei giorni anche l’abbandonato ricomincia a vivere (eccome!).
Il delitto comunque si verifica, perché le tre arzille vecchiette insonni, che alternano binge watching (guardare programmi televisivi oltre il tempo consueto, l’ho cercato per voi) a outside of the window watching (curiosare fuori dalla finestra oltre il tempo consueto, l’ho inventato per voi) scoprono due trolley insanguinati tra i bidoni della rumenta di casa loro e si fanno persuase che contengano i resti maciullati di Arcàngel Blanco, loro attempato e manieroso maestro di tango.
Contemporaneamente Elena, che si pensava ormai prossima alla promozione a capo redattore, riceve una sorta di “foglio di via” dal nuovo direttore del suo giornale, infarcito di modernismo e interessato più alle dirette Facebook che ad una sana inchiesta sul campo.
Le serve uno scoop! Le serve qualcosa di veramente intrigante per risollevare le proprie sorti lavorative ma soprattutto per aggiungere pepe (e peperoncino) alla sua middle-class-middle-age routine, schematizzata nel tran-tranìno marito professore/figli grandi ormai fuori dal nido.
Elena inizia ad indagare, instradata dall’amica magistrato, ed in una girandola spassosa di siparietti tra anziani genitori e giovani figli (tutti super indipendenti sulla carta ma tutti a chiedere a man bassa favori a lei) scopre di essere ancora bella, di poter osare un flirt innocente, di poter violare qualche regola sociale e molti articoli del codice penale. E la scoperta più esaltante è che pure Ettore, il suo taciturno, regolatissimo e scontato marito, può assecondarla se non addirittura spronarla in questo nuovo corso della sua vita.
Tra Misterioso omicidio a Manhattan, Arsenico e vecchi merletti e i romanzi della Teruzzi, Sandra dipana una trama gradevole, abitata da soggetti credibili, con le loro paturnie e i loro vizi, e ci consegna un romanzo destinato ad un sèguito.
C’è un dettaglio che me la farà riconoscere quand’anche dovessi ricevere un manoscritto anonimizzato, ed è l’uso dei tempi del verbo che la Bonzi maneggia in maniera molto originale, alternando passati e futuri persino nella stessa frase. Una cifra narrativa magari ostica all’inizio, se avete un palato purista sulla consecutio temporum, ma vivacissima e spumeggiante. Come le tre adorabili vecchiette.
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