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Si intitola Necro il libro che presentiamo oggi al Thriller Café. È pubblicato da Bookabook ed è il romanzo d’esordio dello scrittore Simone Gennai.

Necro ci porta indietro di oltre dieci anni, tra il 1997 e il 1998, in due importanti città italiane, Palermo e Firenze. Due città che tra loro non potrebbero essere più diverse, ma che sono teatro di due storie che si intrecciano in un mondo torbido, squallido, doloroso: quello della pedofilia. I protagonisti sono anche loro molto diversi: Mauro Verniano, il procuratore della Repubblica che da Palermo coordina le indagini sul Boss latitante Giacomo Spaturno, e Marco D’Addario, che a Firenze fa il volontario presso alcuni malati di Alzheimer tra cui l’anziano Rosario Polluso, un soggetto difficile e diffidente. Ad accomunarli una tragedia destinata a scuotere profondamente le vite loro e di chi li circonda. Verniano, in particolare, avrà bisogno di risposte, molte risposte.

L’autore, Simone Gennai, nasce a Pontedera nel 1972. Dopo la laurea a Pisa, comincia a lavorare nel mondo dei semiconduttori. Ama la scrittura da sempre e Necro è il suo primo romanzo.

Di seguito un estratto del romanzo, per chiunque voglia farsene una prima idea.

PROLOGO

Periferia sud di Palermo – 1996

Il caldo in quel posto era insopportabile, ma niente in confronto al fetore sprigionato da quell’uomo: un misto di sudore e urina, avvelenato da quell’inconfondibile vena dolciastra che anche il sangue degli infami ha.
Odiava con tutto se stesso gli spettacoli come quello, ma voleva che la sua faccia fosse l’ultima cosa che vedessero prima di morire.
Era la giusta punizione per quel tipo di gente.
Guardava l’enorme mano di Ettore che si alzava spostando centinaia di granelli di polvere luccicanti, come la pala di una ruspa. Poi si fermava in attesa che tutta la forza dei suoi centocinquanta chili si concentrasse dentro quelle dita, e scattava veloce e precisa. Mai come in quei momenti gli appariva come l’essere umano più vicino a un animale che avesse mai conosciuto. Era grosso e forte come un toro, stupido come un asino, ma fedele fino al sacrificio come un cane.
«Basta.» Ormai solo l’inutile supplica di un morto.
Il colpo gli fece saltare via un altro dente.
«Sveglialo» ordinò, dopo essersi asciugato il sudore dal viso con il fazzoletto immacolato.
Giulio prese il secchio e gli gettò l’acqua addosso.
Si fissò le scarpe con impazienza, erano ricoperte di polvere. Non avrebbe sopportato ancora per molto quell’afa asfissiante, così vicino ai suoi uomini da poterne perfino percepire la pesantezza dell’alito, da rimanerne in qualche modo infetto.
La cosa peggiore della latitanza non era la vita da recluso, o le decine di buchi che era stato costretto a chiamare “casa”, né l’impossibilità di godersi fino in fondo l’immensa fortuna che cresceva giorno dopo giorno, ma il doversi servire di quel tipo di gente. Il dover contare su di loro per rimanere vivo, per portare a termine tutto quello che doveva essere fatto affinché il potere non avesse fine.
Il potere.
Quante volte si era sforzato di convincersi di farlo per la sua famiglia, per la sua gente e per la sua terra abbandonata. Ma quando riusciva a essere veramente onesto con se stesso, allora poteva percepirlo con chiarezza. Era poter disporre della vita delle persone, incutere una paura profonda, ricevere un rispetto incondizionato. Ogni volta che guardava dalla finestra, aveva la consapevolezza che là fuori tutto quello che si muoveva, tutto quello che respirava, anche la più piccola foglia trascinata dal vento, non riusciva a sfuggire al suo sguardo.
«Non gli ho detto niente, ve lo giuro, non ho parlato… lasciatemi andare» e tornò a piangere e a sputare sangue e saliva dappertutto.
Un cenno a Ettore e si fece largo tra gli uomini che affollavano il piccolo locale scalcinato. Era durata abbastanza.
«È sempre triste assistere alla disfatta di un uomo, è un fatto che segna una famiglia per sempre. Ti sei chiesto cosa penseranno i tuoi figli di te? Carne della tua carne… Mi ascolti? Tua moglie invece ti ricorderà solo come l’errore più grande di una vita, perché almeno lei è una donna d’onore. E di te non rimarrà nemmeno un capello su cui versare una lacrima.»
Ma l’uomo non l’ascoltava più, perso in quell’assurda preghiera che niente avrebbe potuto di fronte alla ferocia di quegli individui, impreparato a morire, come tutti gli altri prima di lui.
«Se solo ti potessi vedere ora… L’essere immondo che sei sarà spazzato via, neanche il tempo di uno sbattere di ciglia. Capisci quello che dico?»
Gli occhi dell’uomo roteavano in un vortice.
«Nemmeno il Signore avrà pietà di te.» E alla fine, come al solito, gli sputò in faccia.
Quello era il segnale che si poteva procedere. Fortunatamente per tutti loro, la predica era stata breve, a volte poteva andare avanti anche per una mezz’ora.
Ettore gli mise la corda attorno al collo.
«Mi dovete promettere che i miei figli avranno un corpo su cui piangere, questo me lo dovete promettere… vi prego.» Un attimo di lucidità.
«C’è qualcosa che mi vuoi dire?» Sbuffò, guardandosi le scarpe coperte di polvere.
«Una tomba in un cimitero, non vi chiedo altro.» E singhiozzi e schizzi di sangue e saliva.
Ettore tirò la corda con decisione, e tramutò quel pianto disperato in rantoli irregolari. L’uomo si dimenò e cadde dalla sedia, le braccia legate dietro la schiena. Ettore non lasciò la presa, ma gli schiacciò la faccia sul pavimento sporco con la scarpa e tirò la corda con più forza di prima. Ci vollero pochi minuti.
Erano rimasti in due per finire il lavoro.
Giulio fissava il grosso bidone con un leggero senso di nausea che gli stava inondando la bocca di saliva. Gli sembrava già di sentire il pungente odore nell’aria.
Ettore stava spogliando il cadavere. Lo girava sul pavimento come se fosse stato una bambola rotta e ammucchiava i vestiti in un angolo. Gli tolse l’orologio e la catenina d’oro con la spessa croce, quindi se li mise in tasca assieme ai soldi che aveva trovato nel portafogli.
Lo squadrò per alcuni secondi. La corda gli penzolava dal collo come una cravatta e si potevano ancora scorgere i postumi di un’erezione. Fischiò per richiamare l’attenzione di Giulio.
Il giovane afferrò la tanica e svitò il tappo con cura, quindi versò il liquido incolore dentro il bidone, facendo attenzione a non schizzarsi le mani. Prese un’altra tanica e continuò fino a che Ettore non gli fece cenno che poteva bastare.
Il gigante infilò il corpo nell’acido nitrico e subito lo sfrigolio della carne bruciata invase la stanza, assieme ai vapori sprigionati dalla reazione chimica. Poi afferrò un lungo pezzo di legno e con quello si aiutò per immergere il cadavere.
«Accendi» ordinò.
Giulio frugò dentro una delle tasche dei pantaloni e prese l’accendino, quindi si chinò e aprì il rubinetto della bombola a gas che alimentava il piccolo fornello. Le fiamme si sprigionarono sotto il bidone, mentre il giovane si premeva un fazzoletto sulla bocca.
Ettore iniziò a mescolare con il bastone.
«Vai a comprare qualcosa da mangiare.»
Giulio si avvicinò per prendere i soldi che il gigante gli stava offrendo, gli stessi che aveva trafugato al cadavere.
Mentre afferrava gli spiccioli dall’enorme mano, gettò una veloce occhiata verso il bidone. La corda galleggiava sopra quella schiuma torbida e puzzolente. Uscì all’aria aperta per respirare di nuovo, ma non riuscì a evitare di vomitarsi sulle scarpe.
Dopo due ore, Ettore versò il contenuto del bidone sulla terra secca, mentre Giulio bruciava i vestiti. Raccolse la corda con il bastone e la gettò in mezzo alle fiamme, assieme al portafogli e al cellulare, poi tornò a scrutare il terreno.
Trovò la fede e alcune capsule dentarie d’oro. Le raccolse e le avvolse in un fazzoletto assieme alla catenina, appoggiò l’involucro sopra una vecchia incudine e con un martello frantumò ogni cosa.
Dopo che il fuoco si fu spento e i minuscoli frammenti d’oro sparsi per la campagna, dell’esistenza di quell’uomo non era rimasta traccia. Era come se fosse stato inghiottito da un buco nero. Era come se non fosse mai vissuto.

Necro
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Necro
  • Gennai, Simone (Author)