Mezzanotte a Malabar House – Vaseem Khan

Mezzanotte a Malabar House – Vaseem Khan

Editore: Rizzoli
Redazione
Protocollato il 26 Ottobre 2025 da Redazione con
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Il riassunto del Barman

C’è del giallo in questa fiction storica, e un primo sospetto s’era già manifestato non appena voltata la copertina.

Invece del tradizionale elenco di personaggi e dei rispettivi ruoli, come d’abitudine i polizieschi ci propongono fin dai tempi della Christie, mi sono ritrovato sotto gli occhi due mappe geografiche, raffiguranti la spartizione dei territori nei tre stati di India, Pakistan e Bangladesh, al tempo della neo-conquistata indipendenza dal dominio britannico.

Qui si colloca la storia di Persis, la prima donna a entrare a far parte del corpo di polizia di un’India divisa, retrograda e maschilista, che vede il popolo femminile degno d’occuparsi di matrimonio, casa, bambini e nulla più.

“Si era sempre stupita dei costumi di una società che costringeva le donne nel ruolo di macchine per produrre figli, sfornandone uno dopo l’altro, spesso in famiglie che faticavano a mantenerli. Suo padre la chiamava ignoranza, senza voler biasimare nessuno.”

Il paese è spaccato su più fronti: quello religioso, che vede hindu, parsi, sikh e musulmani in perenne discordia, e quello politico, dove i vecchi diplomatici e aristocratici arricchitisi con gli affari introdotti da Sua Maestà cercano di sabotare il processo di cambiamento avviato da Gandhi e Nehru.

Alla Partizione in tre stati, come è noto, non ci si  è giunti in maniera pacifica, ma attraverso fiumi di sangue e lotte fratricide che hanno diviso intere famiglie, villaggi, regioni – come quella del Punjab, rimasta spaccata lungo la linea del confine col Pakistan, o quella del Bengala, frantumatasi presso la frontiera più orientale.

“Non era più un problema fra proprietario e affittuario, era diventato uno scontro tra un musulmano e un hindu. E quando iniziarono a circolare le notizie dei massacri, di folle di musulmani che giravano per le campagne uccidendo sikh e hindu, violentando le loro donne, la miccia era ormai accesa.”

In mezzo a tutto questo assistiamo alla morte violenta di sir James Herriot, influente nobiluomo inglese con le mani in pasta in una sequela di attività politiche ed economiche, amicizie importanti e talvolta pericolose, e con il suo bel bagaglio di segreti al seguito. Ucciso la notte di capodanno durante una festa in maschera tenutasi presso la sua lussuosa dimora, alla quale hanno partecipato ben 48 invitati, mentre era travestito da Mefistofele.

Il caso viene affidato a Malabar House, la più scalcinata compagine di poliziotti di tutto il paese. Al suddetto comando locale di polizia inviano i fannulloni, gli incapaci e tutti quei poliziotti che, per un motivo o per l’altro, si sono ritrovati a pestare i piedi a qualche personalità “intoccabile”. Il motivo è presto detto: qualcuno non vuole che il caso sia risolto, tanto più se affidato a una donna, e chi tira le fila da dietro le quinte confida sul fallimento delle indagini.

“Ma al primo passo falso ti getteranno in pasto ai lupi, e lo faranno volentieri. Sei un’aberrazione. Non c’è posto per le donne nella polizia.”

“Tu non hai il diritto di stare qui […] Sei solo una trovata pubblicitaria. La polizia non è un posto per le donne. Che futuro credi di avere? Pensi davvero che degli uomini ubbidiranno ai tuoi ordini?”

Persis però non ci sta. È il suo primo caso, e vuole dimostrare a se stessa, al cocciuto padre Sam e a tutta l’India, ai colleghi e al suo diffidente capo commissario Roshan Seth, di essere in grado di portare la questione a conclusione come e meglio di un poliziotto di sesso maschile. Si allea così con il criminologo Archimedes (Archie, da lì in poi) Blackfinch, un uomo bianco del quale ha bisogno per interfacciarsi con tutti quei personaggi piombati dentro le loro vecchie convinzioni misogine.

“Oggi l’India può anche essere indiana, ispettrice, ma una faccia bianca conta ancora qualcosa.”

Malgrado il volume non sia stato diviso dall’autore in due parti distinte, si avverte un sensibile cambio di marcia a partire dal capitolo 14, che fa un po’ da spartiacque all’interno della narrazione.

Fino a questo punto il romanzo verte in maniera preminente sul quadro politico. Ogni luogo visitato, ogni scambio di battute coi personaggi coinvolti è un espediente per ragionare e raccontare le cause che hanno portato alla Partizione. Talvolta sembra quasi che il narratore non sia troppo convinto di averle spiegate bene, queste cause, e si ripete, integrando con vari aneddoti, le sue già ben nutrite esposizioni. L’indagine procede in maniera lenta, senza grandi sviluppi, tra un ragionamento e l’altro, fino quasi a diventare un elemento secondario.

Poi, a un tratto, ecco che la chiave viene inserita nel bloccasterzo e il diesel s’avvia mettendosi presto a correre. Si ha l’impressione che queste due parti siano state scritte a distanza di tempo l’una dall’altra. Anche le metafore passano da un uso un po’ infelice (“Indagava da appena un giorno e già la cipolla rivelava i suoi molti strati”) ad altre che ho invece ritenuto di evidenziare:

“Vide il suo dolore, sempre radicato nelle vallate della sua anima.”

“Blackfinch svettava come un fenicottero in un raduno di corvi.”

Sta di fatto che le lunghe spiegazioni si riducono finalmente al necessario, ed entra in scena l’azione. Se fino a questo punto era venuta a mancare l’atmosfera, dato che il subcontinente indiano mal si presta alle ambientazioni tipiche del giallo anglosassone (campagne nebbiose e bui vicoli metropolitani) e Bombay ci viene presentata per quello che è, caotica e sovraffollata, ecco che una pista interessante trascina Persis e Blackfinch lontano dalla città, in uno sperduto villaggio rurale; un luogo oscuro e silenzioso, dove tutti si conoscono e chi conosce la verità delle cose tace.

Non posso svelarvi altro in merito alla trama, ma avrei preferito che questa inversione di rotta avvenisse prima, o quantomeno avrei apprezzato una certa sintesi, o diluizione, di quel muro di informazioni iniziale.

Talvolta la narrazione degli eventi storici è didascalica, l’immedesimazione difficile, alcuni paragrafi ridondanti.

Interessante la figura di Blackfinch, che condivide coi soliti Holmes e Poirot i tratti neurodivergenti tipici del perfetto detective. Ha la mania dell’ordine, quando è a tavola non si trattiene dall’allineare le saliere, dà di matto se le stringhe delle scarpe non sono allacciate correttamente e vede tutto quello che sfugge agli occhi altrui. In determinate occasioni è perfino più intrigante di Persis, che invece tende a ragionare spesso di pancia, a prendere le cose troppo sul personale facendosi distrarre dalle emozioni. Emozioni che contemplano anche una certa attrazione – ricambiata – per il bel criminologo, la quale sciaguratamente non sfocerà in alcuna storia sentimentale.

C’è anche qualche stimolante sottotrama, purtroppo poco approfondita, come il mistero della morte della madre dell’eroina, sulla quale il padre Sam non vuole fare chiarezza se non alla fine del libro. 

In definitiva: un romanzo che cerca d’accontentare sia gli appassionati del giallo classico (il finale dove tutti i sospetti vengono riuniti in una stanza è quanto di più tradizionale ci sia) quanto quelli del giallo storico, ma che tratta anche temi sensibili come la parità dei sessi, le disuguaglianze sociali e le divisioni religiose. 

“Questo paese cambierà. Che lo si voglia o no. E non sarà merito di una donna. Sarà merito di tutte le donne. Per secoli ci hanno detto qual è il nostro ruolo: moglie, madre, figlia. Siamo tutte queste cose, ma siamo anche molto di più. Gli uomini come te pensano di poterci fermare: bene, provateci. Hai mai pensato di fermare il monsone?”

Vaseem Khan è uno scrittore britannico, ma entrambi i genitori sono di origini pakistane. Il padre era stato costretto, da bambino, a lasciare la sua casa nel Punjab in seguito alla Partizione. Della madre, nella nota finale, ci racconta che era “cresciuta nella retorica dell’odio”. Ha scritto 14 romanzi e con “Mezzanotte a Malabar House” ha vinto un Ellis Peters Historical Award.

Recensione di Mauro Piva.

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