Meccanica di un addio – Carlo Calabrò
Devo dirvi, cari avventori del Thriller Café, che, quando ho l’occasione di leggere e recensire un’opera prima, sono sempre piuttosto curioso ed entusiasta, perché spero di scoprire nuovi scrittori a cui appassionarmi. Ancor di più se si tratta di opere italiane, come in questo caso. Oggi vi parlo infatti di Carlo Calabrò, che ha da poco pubblicato, nella collana Farfalle di Marsilio, il romanzo “Meccanica di un addio”. E nel farlo, comincio dalla fine: il libro è decisamente bello, ben costruito, con personaggi credibili, un suo stile personale riconoscibile, una storia appassionante e un’atmosfera che cattura. Ho quindi il sospetto che sentiremo ancora parlare di Carlo Calabrò.
Siamo nel bel mezzo della foresta amazzonica. L’ingegnere svizzero Florian Kaufmann ha impiantato proprio lì la sua segheria modello, rispettosa dell’ambiente, ecocompatibile e di qualità. Di fronte al suo stabilimento ha sede quello del suo acerrimo rivale, Anselmo Kowalski, che oltre a lavorare nell’ambito dei legnami, alleva anche vacche. Se Florian è molto attento al tema della sostenibilità, non altrettanto si può dire di Kowalski, che ha modi piuttosto rozzi e sbrigativi e bada ai suoi affari senza andare troppo per il sottile. Così, quando una sera un gigantesco incendio devasta la segheria di Kaufmann, quest’ultimo ha gioco facile nel sospettare del rivale polacco. Solo che non tutto è come appare e quando la polizia ispeziona i resti dell’incendio, salta fuori un cadavere che scompiglia le carte in tavola e genera una serie di vicende inaspettate.
Calabrò, che conosce il Brasile perché ci ha vissuto e lavorato a lungo, ambienta in Amazzonia una storia che riesce ad essere al contempo divertente e cupa, con un sottofondo di amarezza e di estrema serietà. Inventa inoltre alcuni personaggi riuscitissimi. A partire da Florian Kaufmann, trasformatosi in detective da imprenditore che era, amante del buon cibo, della chachaça e delle belle donne, direttamente proiettato in Amazzonia dagli hard boiled del ventesimo secolo. Lascia poi il finale abbastanza aperto, in modo che il nostro eroe possa avere in futuro anche altre avventure.
Il tema forte è chiaramente quello di un’umanità predatrice, che devasta l’ambiente e crea la propria ricchezza su enormi speculazioni, generando fiumi di denaro sporco che a loro volta alimentano narcotraffico, corruzione e malaffare. Ma la reazione di fronte a questi tragici fenomeni non è una condanna etica moralisteggiante, ma un’azione pragmatica cosciente e determinata, supportata da un sano distacco (che talvolta sconfina saggiamente nel cinismo) e animata da un pizzico di buona sorte, come Florian Kaufmann ci insegna. Un Kaufmann che deve aver letto Pepe Carvalho e Rocco Schiavone, perché pare prendere spunto proprio da loro per resistere alle insidie della vita. Non è un santo, come non lo sono gli investigatori trasandati e viziosi come lui, ma come i due personaggi illustri che ho citato prima, quando la partita si fa dura, sanno sempre scegliere senza alcun dubbio da che parte stare.
Il tutto pervaso da un registro ironico che a tratti è veramente irresistibile. Lo è nei momenti in cui il tronfio Kowalski dimostra di comportarsi da stupido a sua insaputa, lo è quando l’ex compagna di Florian, Diana, con la sua postura da intellettuale di San Paolo, ne critica il comportamento senza tuttavia saper fornire alcuna ricetta pratica. O ancora quando la coppia di assicuratori che arrivano in Amazzonia, lei brasiliana e lui svizzero doc, cercano di far fronte ai delitti scoperti in loco, dimostrando che la sana saggezza popolare carioca vale molto di più della proverbiale perizia elvetica.
Insomma, quando le opere prime sono come questa non ci rimane che fare un enorme plauso ad autore ed editore e sperare che libri come questo ne possano uscire ancora molti negli anni a venire. E che, nel frattempo, l’Amazzonia si sia sempre più riempita di Kaufmann, relegando i Kowalski nel loro giusto ruolo di sconfitti.
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