Ai confini della metropoli – Paolo Roversi
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Ma quante volte dopo un lungo sguardo alla vetrina di una libreria si sceglie un libro per la copertina e poi entrati dentro si sfogliano le pagine annusando l’odore della stampa per capire se è quello giusto non in assoluto ma in quel momento della vita, come si sceglie una bottiglia di vino ad una cena importante, ma è il titolo che poi ti prende insieme all’autore come l’etichetta d’annata che nello stupore ti rassicura e ti dice che non puoi sbagliare. Così quando hai appena letto “L’ultima cosa che sai” di Paolo Roversi uscito a gennaio scopri che non era quella l’ultima storia dell’imprevedibile giornalista hacker Radeschi perché adesso hai tra le mani lo stesso cronista di nera del Corriere che gira sempre col suo vespone giallo non più tra Milano e la bassa ma “Ai confini della metropoli ” questo è il titolo del libro uscito nel mese di febbraio sempre per Marsilio perché come diceva forse il compianto allenatore Vujadin Boškov “squadra che vince non si cambia” ma è proprio vero che “never change a winning team”? Penso che sia vero anche se parafrasando l’arguto Boškov “la partita finisce quando arbitro fischia” nel senso che vedremo se il successo di questo libro eguaglierà quello del precedente. Nulla è scontato ma Roversi sa il fatto suo e pur riproponendo storie già apparse in passato fa intravedere come uno scrittore lavorando su un personaggio nel corso degli anni ne mantiene le caratteristiche, i tratti salienti e inconfondibili ma opera abilmente alcuni sottili cambiamenti a testimonianza di una società che si evolve e di fronte alle novità anche il Radeschi e il suo armamentario devono adeguarsi.
Il titolo del libro è affascinante, ci riporta ad una serie televisiva americana “Ai confini della realtà” che andò in onda dal 1959 al 1964, io avevo soltanto 6 anni e la vedevo in una sala comune insieme ai miei amichetti, ero meravigliato dalla fantascienza ma quelle in effetti erano storie che spaventavano un po’ perché parlavano di persone normali che poi cambiavano di fronte all’”ignoto”, qualcosa che trasformava la realtà che diventava credibile e vera anche se era impossibile, c’era una specie di mutazione quando le persone entravano nella zona “ai confini della realtà “, ricordo che tornavo a casa all’imbrunire per quelle stradine strette di paese e in ansia con un brivido di paura fino a quando entravo a casa e vedevo che nulla era cambiato.
Roversi in questo libro raccoglie sette storie scritte tra il 2007 e il 2022 e apparse in varie raccolte antologiche o su quotidiani e riviste, e con grande intuizione ci riporta alla nascita del suo personaggio più riuscito in anni che hanno visto la crescita e la trasformazione di una città e del suo hinterland, anni cruciali come quelli dell’expo del 2015 che hanno cambiato il volto della città, fino al 2020 l’anno del covid, della pandemia che sembra così lontana nel tempo eppure ci ha toccato soltanto cinque anni fa. I personaggi dei romanzi di Roversi ci sono tutti, dal fedele assistente Diego Fuster all’amico Loris Sebastiani, il vicequestore che condivide con lui la risoluzione di tutti gli omicidi, il capo redattore del Corriere Beppe Calzolari, c’è il labrador Buk ma anche Rimbaud, il chihuahua che lo aspetta nella casa in via Venini e non poteva mancare la vespa gialla dipinta a bomboletta con la messa in moto a pedale, dettaglio non trascurabile visto che siamo ai primordi di strumenti e oggetti investigativi ancora non del tutto digitalizzati in pieno, ma una cosa è certa Radeschi è armato comunque di un vecchio Motorola che fa il suo dovere e di una macchina fotografica digitale anche se al posto di un tablet ha il suo bravo taccuino come tutti gli investigatori che si rispettano. Scopriamo anche tra una indagine e l’altra un innamoramento inaspettato per Chiara nel parchetto di via Morgagni dove complici i cani si consuma un amore platonico che resta appeso e non va mai in porto interrotto dalle chiamate insistenti dei delitti da risolvere. Si passa dalla morte sospetta di una ex prostituta nel primo racconto dove la risoluzione dell’indagine è sempre nella geniale scoperta di Radeschi di un meccanismo a pressione di uno specchio che nasconde la soluzione dell’omicidio, fino alla celebrazione della cucina tipica lombarda del secondo racconto nel quale si parte dall’osteria della Madonnina sui Navigli con i nervetti, le orecchie di elefante e l’ossobuco per scoprire tre morti ammazzati con due pistole diverse e forse con il dubbio che l’autore sia proprio un poliziotto della questura di Milano. Certo e lo dice pure Radeschi non è la cucina dei trani quella di Giorgio Gaber e della sua canzone “Seconda traversa, a sinistra nel viale – Ci sta quel locale abbastanza per male– Che chiamano Trani a gogò – Si passa la sera scolando barbera – Scolando barbera nel Trani a gogò“.
Racconti brevi ma intensi e particolari perché in poche pagine riescono a darci la suspence e il brivido dei romanzi gialli per antonomasia senza mai scadere nel cozy crime o nel baratro del terrificante horror, non c’è violenza, eppure i ritrovamenti dei corpi avvengono nel sangue e non è mai bello vedere un morto ammazzato o un cadavere all’obitorio, ma qui c’è uno stile, una comfort zone del vero giallo quello discreto ed elegante che rende la lettura piacevole tanto che a volte sembra di leggere nei dialoghi tra l’anatomo patologo, il dott. Ambrosio e il cronista Radeschi, un Montalbano alle prese col suo medico legale il dottor Pasquano di Vigata che mangia indisturbato i suoi cannoli siciliani. Radeschi si muove tra Milano e la periferia, ai bordi estremi della città di mezzo, di Mediolanum, situata in mezzo alla pianura padana col suo inconfondibile Duomo gotico con molte più guglie di Notre Dame di Parigi, e si muove non solo geograficamente privilegiando posti come Lambrate ma anche nell’esprimere un genere di scrittura bello e accattivante senza mai scadere nel banale con un guizzo di genialità alla fine di ogni racconto che ti invoglia a leggere subito il prossimo. La genialità e l’inventiva del terzo e del quarto racconto spaziano tra l’omicidio di due anziani ebrei morti in circostanze misteriose ma accomunati da un incredibile destino svelato in un anonimo quadro e matrioske russe che nascondono veleni. L’esposizione del 2015 a Milano diventa il leit motiv del quinto e del sesto racconto. Il delitto che avviene nella Torre Diamante, il quarto grattacielo in Italia, alta 140 metri, la Torre si sviluppa su 28 piani, l’edificio più alto in acciaio così chiamata per la sua struttura irregolare che ricorda un diamante: le colonne perimetrali sono inclinate rispetto alla verticale, creando riflessi cangianti, proprio come un diamante. In un party al 25 piano al centro della sala dove è stata allestita una grossa miniatura in ghiaccio dell’expo a tre mesi dall’apertura avviene un omicidio incredibile che all’inizio sembra un brutto incidente: il presidente Enzo Marinelli muore conficcato con il petto sull’albero della vita che sembra un grosso fallo di ghiaccio. L’Expo insieme all’Ortomercato sono i luoghi dove a Milano la corruzione e l’illegalità albergano da sempre, qui la ndrangheta calabrese fa i suoi affari e qui Roversi ambienta l’omicidio di due ragazzi in cerca di fortuna e celebrità. L’ultimo racconto Omicidio a domicilio scritto nel periodo della pandemia e a scopo benefico con i diritti di autore devoluti alla Croce Rossa ci ricorda quando la Lombardia diventò zona rossa e tutti scapparono via o si rinchiudevano in casa, un’esperienza incredibile, la spesa con le mascherine ai supermercati, il fatto di non poter uscire, l’insofferenza delle persone che non si amavano e costrette a stare insieme si sono poi lasciate, la compagnia della musica e dei libri come conforto di fronte all’incertezza della vita. Non sapevamo che dietro l’angolo c’era qualcosa di terribile come quello che stiamo vivendo in questi giorni, c’era la guerra, la morte in diretta di tanti bambini innocenti, lo sterminio dei popoli, la supremazia del più forte. Adesso come allora un autore come Roversi che in questo frangente svela un delitto che avviene proprio nel suo palazzo e riesce in poche pagine a farci tornare indietro nel tempo, uno scrittore che nel periodo più buio riesce a dar voce al suo personaggio che ci accompagna nelle sere di lettura, non possiamo non accomodarci per un attimo nel sellino della sua vespa gialla alla ricerca di misteri da svelare in bilico tra “Milan l’è un gran Milan” e Lambrate dove ci aspetta una bella birra ghiacciata.
Recensione di Michele Mennuni.
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