Una foresta di scimmie – Andrea Pennacchi
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Torna la banda di investigatori più strampalata e al contempo più perfetta, nella ricostruzione storica e nella fedeltà letteraria, che un lettore italiano possa aspirare a leggere in questi tempi: Will Shakespeare (ma anche Sghengsbirr, o Sceispirhi, o Shelkisperr e tanto altro), Vincenzo Saviolo – un vero maestro di scherma del ‘600 qui nei panni di sgherro protettore con fattezze molto simili a quelle del nostro in arte Pojana – Luc, il dottorino a cui piacciono le donne di colore (al secolo Elena Lucrezia Corner, prima donna laureata della storia) e poi il tenerissimo Pistola, che non sa infilare una frase se non la trae dalle Sacre scritture.
E l’incipit è il medesimo de “Se la rosa non avesse il suo nome“, prima avventura di questo astruso e ben assortito manipolo di amici. Antonio (stavolta Antonio, quando lì era Giulietta) è morto, e nella camera ardente, a Cà Dario di Venezia il 5 marzo 1588, ancora una volta ci sono loro. Non serve la scienza medica di Luc per capirlo: quello che ha nel petto è un enorme buco quadrato all’altezza del cuore, all’incirca una libbra… qualcosa vi sovviene? Messer Sguicsber l’ha ben scritto, alcuni secoli fa, e infatti tra poco sulla scena entreranno Venezia con tutti i suoi traffici, le sue donne di malaffare, Rialto che tutto sa. Will ha adempiuto l’incarico ricevuto da Giovanni Florio nel romazo precedente, ho trovato Kelly e l’ha fatto arrestare. Ora è solo alla ricerca di qualcuno che gli dia un passaggio per rientrare alla sua attività di guantaio e correttore di bozze. L’unico che possa è Antonio Badoer, che ha tante navi e tanti commerci, ed è ricchissimo.
E’ il mercante di Venezia.
Sono in navigazione nella laguna quando per poco una balotina, leggera imbarcazione piena di nastri e misteri, non li travolge: nessuno se ne accorge perché da lì proviene un canto delle sirene, una musica magica che li conturba. Da essa, una volta a Venezia, vedranno scendere due dame altere, una di bianco e l’altra di nero vestite. Sarà il loro primo incontro- scontro con Porzia e Nerissa, la sua famelica ancella.
Da lì i nostri arriveranno a conoscere Antonio, a comprendere anche loro – tutta Rialto lo sa- che è vero, è l’uomo più ricco di Venezia, il più invidiato ma rimane anche il più gentile ed ospitale: le porte del suo palazzo si aprono sovente a ospiti e visitatori, ma lui è triste, è innamorato, e la sua “parona” si concede e si ritrae, pretende e fa il broncio e soprattutto scialacqua: gli ha appena chiesto una grossissima somma che serve… per sposare Porzia! Antonio ha perso il senno per Bassanio e in Porzia ha trovato una acerrima nemica. Non che si contendano l’amore del giovinastro, assolutamente no, ma come tutte le dame dell’epoca, alla erede dei Loredan serve un marito per ottenere la libertà.
Il resto è Shakespeare: il prestito dall’ebreo Shilock, la rovina dei galeoni affondati, la garanzia di una libbra di carne.
Porzia non è mai stata tanto odiosa come in Pennacchi e la ragione del povero prestasoldi non è mai stata così evidente sotto un profilo giuridico, eppure anche qui potrebbe prevalere il pregiudizio, il razzismo e la pochezza di disprezza ciò da cui dipende. Giustizia ce n’è poca, come altrove, ma a Venezia la legge è sacra.
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