L’uno dall’altro – Philip Kerr
Etichettato con: Bernie Gunther, Philip Kerr
«Mettiamo in chiaro una cosa», dissi. «Non è il mio governo. Odio i nazisti, e se aveste un po’ di buonsenso, li odiereste anche voi. Sono un branco di maledetti bugiardi e non si può credere a una parola di ciò che dicono. Voi credete nella vostra causa. E questo è bene. Ma c’è ben poco in Germania in cui valga la pena credere. Eccetto forse nel fatto che una birra debba essere servita sempre fredda e con sopra una schiuma decente»
È con queste parole che Bernie Gunther, l’ex-poliziotto, ora investigatore privato, scaturito dalla penna di Philip Kerr, si rivolge a Feivel Polkes e Eliyahu Golomb, membri della milizia ebraica, in un bar di Alessandria, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso.
Nato nel 1956 a Edimburgo e scomparso nel 2018, Kerr, potremmo dire, è una sorta di Raymond Chandler europeo, che abbina al linguaggio crudo, creativo e ironico forse una maggiore profondità nella ricostruzione storica rispetto al collega d’oltreoceano. E se il carisma di Philip Marlowe è forse inarrivabile, anche Bernie Gunther è un protagonista che non si dimentica: dopo aver pubblicato l’intera trilogia berlinese (Violette di marzo, Il criminale pallido e Un requiem tedesco), Fazi Editore prosegue con “L’uno dall’altro”, che non fa rimpiangere lo spirito e la grinta dei precedenti romanzi.
Il dialogo nel bar di Alessandria è soltanto il prologo, che si chiude bruscamente e inaspettatamente, come un tornante della storia, e aleggia sul romanzo a lungo, come un lontano ricordo che sembra non avere nulla a che fare con ciò che succederà dopo. Sembra. E così ci ritroviamo a Dachau, nel 1949. La guerra è finita, la Germania è sconfitta. Anche Gunther, che non è mai stato un sostenitore del regime nazista (tutt’altro) è sconfitto: la sua vita è andata in pezzi, la moglie Kirsten è affetta da seri disturbi mentali e presto morirà in ospedale. Un’influenza, diranno i medici, con aria sbrigativa.
Ma non c’è tempo, non c’è più tempo per nulla, forse neanche per il dolore. Così Bernie decide di ricominciare dall’unica cosa che, tutto sommato, riesce a fare, e alla quale, forse, almeno nei giorni migliori, potrà riuscire ad aggrapparsi. Dopo aver brevemente tentato, senza successo, di gestire l’hotel della moglie, torna al suo mestiere di investigatore privato.
Decide di trasferirsi a Monaco, forse l’epicentro della disfatta tedesca, e ora una città affollata di intrighi, di segreti ancora da occultare, di affari sporchi. Un luogo in cui molti, immagina Gunther (e i fatti gli daranno ragione) potranno avere bisogno dei suoi servizi.
E infatti sono in molti a bussare alla sua porta, spesso con incarichi sgradevoli. Una donna però, più di ogni altro cliente, lo colpisce: affascinante e fredda, sembra nascondere un segreto. Gunther lo sa, ormai lo ha imparato: dovrebbe allontanarsi, rinunciare, cercare di rimettere insieme i cocci della sua esistenza, per quanto possibile, lontano da guai che possono coinvolgerlo personalmente.
Ma non sarebbe Gunther, se così facesse. “L’uno dall’altro” è il suo racconto, più ancora della trilogia berlinese. È il racconto di un uomo che si sente sconfitto, ma non rinuncia a lottare. È il racconto di un uomo che, circondato da meschinità, quasi scherzandoci su, non rinuncia al coraggio. È il racconto di un uomo che, in un oceano di menzogne, non rinuncia a sbracciarsi, alla ricerca di una piccola isola di verità.
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