Il lungo sonno – Tim Baker

Il lungo sonno – Tim Baker

Nicola Mira
Protocollato il 14 Settembre 2016 da Nicola Mira
Nicola Mira ha scritto 88 articoli
Archiviato in: Recensioni libri

È la collana Omnibus di Mondadori a ospitare “Il lungo sonno“, esordio narrativo di Tim Baker che ci trascina in un affascinante viaggio fra gli Anni Sessanta e l’epoca contemporanea, in una Los Angeles nella quale si mischiano fluidamente echi di Raymond Chandler e James Ellroy. Il lungo sonno è stato pubblicato in originale nel 2016 con il titolo di Fever City e arriva a noi con la traduzione di S. Bortolussi.

L’autore si è posto un obiettivo molto ambizioso per il suo debutto nella narrativa poliziesca. Se scrivere sull’assassinio politico più tragico dell’America nel XX secolo non fosse stato sufficiente (sulla scia di pesi massimi come Don DeLillo, James Ellroy e Stephen King, che hanno tutti creato importanti opere di narrativa attorno all’omicidio di John F. Kennedy), Baker ha anche intrecciato nella narrazione una replica di un altro orribile crimine che scosse gli Stati Uniti, il caso di rapimento del Baby Lindbergh degli anni ’30. E ha innestato su entrambi uno strato di storia contemporanea aggiuntivo.

Baker ha successo? La risposta è un sì deciso, anche se ha dovuto lavorare molto duramente per ottenerlo. Se scrivere un romanzo del genere fosse un evento sportivo, sarebbe una gara di triathlon, una combinazione di resistenza (per ideare una trama così vasta), velocità (per farla avanzare a ritmo) e versatilità (quella di un autore, storico e giornalista investigativo). Allo stesso modo, questo libro richiede sforzi anche da parte del lettore: la vicenda è immersa nella Storia e Baker, in modo del tutto legittimo, non perde tempo a fare luce su molti dei dettagli, cosa che potrebbe disorientare i lettori non statunitensi. Soprattutto, Baker deve affrontare uno dei più grandi flagelli per l’autore di un romanzo guidato dalla trama: il fatto che l’esito dell’evento principale sia ben noto, combinato con il fatto che milioni di parole sono state già scritte sull’assassinio di Kennedy.

Ma un grande parte dell’attrattiva del romanzo, come in un evento sportivo, è la sfida. La portata della storia è vasta e i suoi personaggi comprendono praticamente tutti gli individui e le agenzie degne di un racconto criminale ambientato negli Stati Uniti: la Mafia, i killer a pagamento, la CIA, l’FBI, i poliziotti, la Presidenza, il Congresso, le Grandi Aziende, i Grandi Media, l’esercito (con echi inquietanti della Seconda Guerra Mondiale), piccoli criminali, immigrati illegali di ogni forma e dimensione e, ultimo ma non meno importante, detective privati.

Baker intreccia la sua storia partendo da un investigatore privato di Los Angeles, Nick Alston, e un sicario della mafia, Hastings. Entrambi uomini duri, anche se provenienti da ambienti molto diversi, entrambi pericolosamente in bilico tra crimine e giustizia e tra sanità mentale e follia. Il punto di partenza è il rapimento nel 1960 di Ronnie Bannister, il figlio di otto anni ed erede di uno dei più ricchi e detestati uomini d’affari d’America. Il nome fittizio è Rex Bannister, ma in lui si potrebbero riconoscere molti dei magnati statunitensi dell’epoca. Per ragioni che diventeranno chiare solo molto più tardi, Bannister vuole che Alston conduca un’indagine parallela sul rapimento di suo figlio rispetto a quella della Polizia di Los Angeles, assieme a un vecchio amico, il capitano Gus Schiller. Oppure potrebbe essere la sensuale seconda moglie di Bannister, Betty Bannister, ad aver voluto Alston a bordo. Baker non potrebbe scrivere una storia tanto elaborata senza includere una selezione di protagoniste e femme fatales (incluso un triste e incisivo odore di Marilyn Monroe), per bilanciare il sovraccarico di testosterone generato dalla sua schiera di personaggi maschili. Forte, sensuale e possessiva, Betty Bannister si confronta valorosamente con i suoi omologhi maschili ed è infatti uno dei personaggi meglio realizzati del romanzo.

Non proverò nemmeno a riassumere la storia: Baker ha inserito così tanto in “Fever City” che sarebbe un disservizio per lui e per il lettore. Dirò solo che dal rapimento di Ronnie Bannister nel 1960, l’azione si sposta avanti e indietro nel tempo, al 1964 e alla copertura dell’assassinio di Kennedy, al 2014 quando il giornalista Lewis Alston, figlio di Nick Alston, segue il suo istinto investigativo cercando di scoprire nuove prove sull’omicidio di JFK, al 1962 con un conto alla rovescia ossessivo verso il tragico sparatoria a Dallas, visto dal punto di vista della letale combinazione Mafia-CIA-Grande Politica-Grande Business che si unì per fabbricare la più grande cospirazione di sempre.

Non nasconderò il fatto che a volte ho faticato a tenere il passo con i salti frenetici nel tempo e le situazioni richieste dalla trama, una difficoltà aggravata dal vortice di personaggi, alcuni dei quali difficili da ricordare e/o distinguere. Un (piccolo) prezzo da pagare per la vastità di “Il lungo sonno“, che a volte mi ha fatto desiderare che Baker (o il suo editor) si fosse concesso un po’ più di tempo narrativo per approfondire alcune delle affascinanti figure nella storia. L’altro lato di questa medaglia è che il romanzo, nonostante la massa di storia e personaggi con cui tratta, si muove a un ritmo mozzafiato. Questo non è un risultato da poco, l’equivalente letterario di una agile superpetroliera. Baker riesce molto abilmente a catturare il lettore offrendo capitoli brevi e incisivi, e attraverso il suo stile di scrittura, sia energico che lirico. Allo stesso tempo acuto, incisivo e ricco di un linguaggio evocativo che dipinge un quadro drammatico usando pennellate audaci e spesse. Una grande storia e una trama stratificata, producendo un romanzo scritto in uno stile potente: Tim Baker ha affrontato una grande sfida con “Fever City” e l’ha accettata, producendo un’opera notevole e lasciandoci con la promessa di altre belle letture a venire.

 

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