Ovvero l’ultimo vero mattatore apparso sulla scena imprenditoriale, sportiva e giudiziaria italiana. L’ultimo, per certi versi per fortuna. Ma procediamo per gradi.

Esce con Chiarelettere questo “romanzo” (parolina non casuale e non casualmente ben in mostra in copertina, onde non si vociferi che si tratti di una biografia) di Gianluca Barbera, giornalista emiliano dedicatosi a ricostruire – sia pur anche di fantasia – non solo l’ultima notte di uno dei più grandi romagnoli che la storia ci abbia consegnato, ma soprattutto l’epopea di una famiglia straordinaria, i Ferruzzi, protagonista di una vicenda imprenditoriale strepitosa, degna della migliore Allende.

Il volume, un continuo andare e venire tra resoconti cronacistici e cuciture fantastiche, è già stato opzionato per divenire canovaccio di una serie tv (more molto diffuso ormai) e non me ne stupisco: gli ingredienti per ingolosire il pubblico ci sono davvero tutti. Come per la vicenda Gucci, tanto per offrire un esempio recente, anche la saga dei Ferruzzi presenta le componenti classiche di un romanzo di respiro storico perché attraversa epoche scottanti della storia d’Italia (dalla ricostruzione al boom imprenditoriale, dalle imprese sportive al ciclone di Mani Pulite) e vi aggiunge intrighi famigliari, cordate finanziarie, tentativi di affossamento imprenditoriale e soprattutto, soprattutto politico.

Belle donne, le Ferruzzi, a partire dalla capostipite, questa Clara della Casa degli spiriti che così amorevolmente rimane accanto al Serafino, il burbero, l’insonne, il corpulento imprenditore capace di “vedere” in un acquitrino infestato da zanzare in fondo al Mississippi il luogo ameno dove collocare silos di cereali, capace di comprarsi sei navi in un colpo pur di bypassare il problema dei distributori, ed altrettanto amorevolmente sostiene il genero, quel Raul così fuori dalle righe che ha sposato sua figlia Idina.

Ma Raul non è Pedro, il compagno di Blanca, figlio del mezzadro dei Trueba. O meglio. È un figlio della terra, perché anche suo padre è un importante imprenditore agroalimentare, ma non è né povero né tanto meno sottoposto. La ricchezza dei Gardini, all’epoca del fidanzamento tra i due, equivale quella dei Ferruzzi.

Di Raul Gardini si è scritto molto, nel bene e nel male. E’ stato capace di dividere anche le opinioni su se stesso, uomo senza sfumature quale era. Presuntuoso ma non arrampicatore, competitivo ma non sleale. Verace. Sono note le sue esternazioni con la stampa contro la classe politica dell’epoca, poi confermate dalle tante sentenze di condanna a partire – guarda caso –proprio dalla maxi-tangente Enimont, che Gardini ha sempre negato di aver pagato ma che, essendo stato lui il climber di quella impresa faraonica che fu la fusione tra Enichem e Montedison, gli fu addebitata.   

A distanza di vent’anni, giustamente ancora si discute se il suo sia stato un suicidio o un omicidio. Come tanti altri decessi illustri di quell’epoca, a partire da quello di Gabriele Cagliari. Vero è che il giorno dopo doveva presentarsi ad Antonio di Pietro ma, secondo le ricostruzioni di Barbera, non era in grado di discolparsi perché tutta la documentazione era rimasta in mano ai Ferruzzi e, per essi, soprattutto a Carlo Sama, suo ex delfino, poi cognato avendo impalmato Alessandra.

L’autore di questo romanzo conclude con una sua teoria, ed io vi lascio il piacere di gustarvela sino all’ultima pagina (o all’ultima scena, se opterete per la versione filmata). Se però, come me, amerete leggere il libro, fatelo con le foto di Gardini a fianco, con i resoconti delle sue imprese velistiche (il suo Moro di Venezia vinse la Louis Vuitton Cup, aggiudicandosi un posto sulla linea di partenza della America’s cup, prima barca italiana), con le sue visioni a proposito di energie verdi, di chimica pulita, di alternative al petrolio. Evocate Mattei. Ripensate alla sua Ravenna, che non risplendeva altrettanto dall’epoca di Giustiniano e Teodora. Indugiate nel mito della sfortuna, passato anche attraverso quella Ca’ Dario su Canal Grande che Gardini volle fortissimamente volle nonostante si dicesse fosse una magione jellata.

Gardini era un uomo straordinario nel bene e nel male, capace di immaginare mondi futuri distopicamente modellati su ideali suoi, grandiosi, spregiudicati e per questo immensi fautori di invidie, di cordate avversarie e di carbonerie intestine tra famigliari e vassalli.

Quando fu estromesso dalla famiglia Ferruzzi, che doveva (a detta loro) salvare dal fallimento il gruppo che lui aveva pesantemente indebitato per acquisire il pacchetto di maggioranza, Gardini se ne andò a Parigi con la sua fedelissima Idina/Blanca e nel giro di poco, con la sua nuova società, ebbe riconoscimenti importanti, segno che era un imprenditore nato. E che forse gli andava messo un bavaglio per sempre.

Leggere questo romanzo riporta ad un’epoca recente, che molti di noi hanno vissuto (io racconto sempre che il processo Cusani in televisione mi ha fruttato la professione di penalista, che svolgo con immutato piacere dal 1993) e che probabilmente rimpiangiamo perché, ammettiamolo via, quelli erano anni sciatti e avvelenati da una classe politica ingorda e corrotta che forse abbiamo spazzato via, ma erano anche anni di uomini e di dinastie audaci, affascinanti, all’altezza delle grandi avventure che si proponevano e che vincevano. E Gardini ne è stato l’esempio migliore. E non ce ne sono stati, e non ce ne saranno altri.

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L'ultima notte di Raul Gardini
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  • Barbera, Gianluca (Author)