A una prima rapida lettura, il romanzo di Daniele Pronestì, “Le ragioni dell’istinto”, mi aveva spiazzata così tanto che avevo deciso di non continuare a leggere. Due cose, in particolare, non mi erano piaciute: i dialoghi in un dialetto stretto dei quali non avevo la traduzione immediata e la presentazione dei personaggi in veste di animali.
Un altro emulo di Camilleri, ho pensato spegnendo il mio lettore. Non che non ami i romanzi del grande maestro siciliano, a dire il vero li adoro, ma non sopporto i suoi emuli. Trovo giusto che nei dialoghi venga inserita qualche espressione dialettale, perché il dialetto è la lingua familiare che viene usata tra persone della stessa zona e della stessa cultura, a patto che non si esageri e che qualche personaggio, rispondendo, traduca nella nostra lingua standard e questo nel romanzo di Pronesti non avveniva.
Mi sono indispettita, ho messo il romanzo da parte e ho avvisato il “capo” che non lo avrei letto. Dopo un paio di giorni, credendo di leggere altro, ho riaperto il libro incriminato. I dialoghi serrati del primo capitolo erano terminati e il protagonista, Giuseppe Bellingeri, pur parlando di sé come un lupo grigio, lo fa in un italiano regionale tutto sommato comprensibile, a tratti anche piacevole, intercalato da qualche parola incomprensibile che però, come quando si legge in una lingua straniera, è ricavabile dal contesto.
Ho deciso di accettare la sfida e di proseguire nella lettura. Ne è venuto fuori un romanzo piacevole, ambientato in una Calabria sospesa tra due mari e una montagna selvaggia dove gli umani tornano alla loro vera natura, quella animale. Perché forse è bene ricordarci che nonostante tutti i tentativi di ergerci a padroni della nostra povera Terra noi non siamo altro che scimmie cacciate da una foresta che andava restringendosi e costrette a vivere nell’ambiente infido della savana, fatti cibo per i grandi carnivori che lì vivevano. Ci è andata bene: siamo riusciti a sopravvivere, ad acquistare la posizione eretta e a sviluppare un cervello di grosse proporzioni, ma sempre bestie assetate di sangue siamo rimaste.
In breve: Giuseppe Bellingeri, il nostro lupo grigio, è tornato nella sua Calabria natale dopo essere stato congedato anzitempo dai servizi segreti per i quali lavorava. Ẻ un ingegnere, tutti lo chiamano così, ma non pratica la professione. Inoltre non è stato capace di crearsi una famiglia e nemmeno rapporti stabili e la sua principale occupazione consiste nel leggere Manga. Almeno fino al giorno in cui l’orso bruno a capo della mobile non lo convoca per riconoscere un cadavere: quello di Maria, forse l’unica donna che abbia mai amato.
Per il lupo grigio è uno shock che lo costringe a indossare un’altra volta i panni del poliziotto e a indagare insieme al suo compagno d’avventura, il lemure Morabito che di mestiere fa il giornalista.
I due scopriranno una realtà nascosta, fatta di violenze e di soprusi, che non sono solo quelle delle ‘ndrine, a patire i quali sono soprattutto i neri clandestini che lavorano nelle campagne e le donne costrette a prostituirsi. Spesso sono le stesse vittime a trasformarsi in carnefici perpetrando una realtà malavitosa alla quale non sfuggono nemmeno le classi sociali più elevate.
Il romanzo, nonostante le premesse, mi è piaciuto e i duetti tra il lupo grigio Bellingeri e il lemure Morabito sono tra le pagine più divertenti che abbia letto negli ultimi tempi. Così buffe che a volte non sono riuscita a trattenermi dal ridere.
Un unico appunto: il movente dell’omicidio di Maria non mi è troppo chiaro. Però, credo che come spesso accade alla letteratura di genere, anche ne “Le ragioni dell’istinto” il noir sia soprattutto l’occasione per raccontare una realtà più vasta, che non può rimanere nascosta.
PS) In fondo al testo c’è un dizionario calabrese- italiano. Non sarebbe meglio dirlo subito o anticiparlo, almeno per i lettori in digitale?
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