Quando finisco il nuovo romanzo di Rachel Hawkins “La ragazza sull’isola”, sono decisamente convinto di aver trovato un talento cristallino. Piemme aveva già pubblicato il suo precedente thriller “La moglie di troppo”, che però non aveva suscitato tanto scalpore, ma ora credo che questo romanzo sia da considerare con più attenzione. Fatemi anche dire che la traduzione di Cristina Ingiardi è molto ben fatta e accompagna il ritmo della narrazione al meglio. Tutto in questo romanzo funziona, il ritmo è perfetto, la costruzione narrativa ottimamente costruita, i dialoghi e lo stile sono funzionali allo scorrere della vicenda, l’ambientazione descritta con maestria. Poi Rachel Hawkins, scrittrice dell’Alabama che finora si era per lo più dedicata agli scritti per bambini e ragazzi, scrive benissimo. Ti cattura con un linguaggio e uno stile essenziale ma non rozzo, incalzante, ma allo stesso tempo senza strafare e dandoti la possibilità di seguire al meglio la vicenda.
Il soggetto, a dire il vero, è abbastanza sfruttato. Due ragazzi innamorati, Nico e Lux, che decidono di fare un viaggio in barca a vela in qualche isola sperduta. La prima variazione sul tema è che due ragazze un tantino particolari, Brittany e Amma, li pregano affinchè possano andare tutti e quattro insieme, promettendo in cambio un grande compenso in denaro. Certo, non sarà il massimo, perché in particolare Lux sogna da tempo una vacanza da sola con il suo ragazzo, ma siccome il denaro fa gola accettano di partire tutti insieme. L’isola è un tantino speciale, maledetta, girano strane voci sul suo conto. Naufragi, misteriosi delitti, mistero. Ma allo stesso tempo, mare cristallino, spiagge da favola, isolamento totale, natura allo stato puro. E così si parte, ma all’arrivo c’è già la prima sorpresa, un’altra barca è ormeggiata. Con una coppia a bordo che fa di tutto per risultare simpatica e da quattro si diventa sei. Ma questo è solo l’inizio.
La Hawkins costruisce un intreccio perfetto. Alternando la narrazione del presente a quella del passato, che è diversa per i diversi personaggi e aggiunge man mano suspense alla storia. Con un ritmo crescente, che prepara ovviamente a un finale mozzafiato. Ad aggiungere sale al racconto c’è il prologo iniziale, che galleggia in un punto indefinito del romanzo, fin quando il lettore non riesce a collocarlo dentro un quadro più ampio. Non si ha mai la sensazione di essere finiti in punti morti della narrazione, non ci sono rallentamenti o forzature, c’è molto equilibrio. Merito della scrittura piana e coinvolgente allo stesso tempo, di personaggi costruiti molto bene, il cui profilo emerge a tutto tondo nel corso della storia, con delicatezza. La prospettiva del presente è sempre quella di Lux, che è sicuramente il personaggio principale. Mentre nel passato, lo sguardo, sempre femminile, è di chi di volta in volta si trova a essere al centro del racconto. Tutto molto ben fatto. Il romanzo è inoltre della giusta lunghezza, senza bulimia narrativa o autocompiacimento.
Il tema di fondo è cosa succede a un gruppo di esseri umani che sono soli al cospetto della natura. Una natura che è sì altro da sé: giungla, vegetazione, sabbia, mare. Ma è anche il rapporto con altri “animali umani”, in purezza, privo o quasi dei filtri sociali che regolano normalmente la convivenza delle persone. Ne esce un quadro originale e a tratti sconvolgente, dove nessuno è salvo e dove non ci sono facili scorciatoie. Non è la solita critica stucchevole alla modernità, nemmeno la scoperta della follia che rompe la superficie cristallina della serenità. Nulla di trito, nulla di già visto. Un’analisi che è insieme etologica e sociale, lucida e tagliente. Ne emerge un quadro forse un tantino nichilista, sicuramente poco rassicurante, nemico del presunto ordine sociale, che strizza l’occhio addirittura alla rivolta. Contro le figurine patinate, il bello che nasconde violenza e l’armonia al servizio dei potenti è forse più sano prendere in mano la propria vita senza sconti per nessuno, fino alla fine, fino alla vittoria.
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