La recensione di oggi è dedicato al libro poliziesco di Matteo Di Giulio, per la prima volta ospitato qui al Thriller Cafe. Il romanzo in questione s’intitola: La Milano di acqua e sangue.

Titolo: La Milano d’acqua e sabbia
Autore: Matteo Di Giulio
Editore: Fratelli Frilli
Anno di pubblicazione: 2008
Pagine: 254

Trama in sintesi:
Gianluca Fedeli è un poliziotto insolito. Fra insicurezze e frustrazioni, si lascia scivolare addosso il quotidiano, e si rifugia nel lavoro per non dover fronteggiare il presente e soprattutto il futuro. Casualmente, un giorno scopre il corpo esanime di un impiegato nel palazzo in cui vive la madre. Pare una rapina finita male, ma le indagini ben presto conducono al panorama edilizio del capoluogo lombardo e a una profusione di personaggi violenti che fanno presto precipitare la situazione. Ma fortunatamente, tra il marcio a volte si può scoprire anche qualche perla.

La Milano d’acqua e sabbia è il romanzo di esordio di Matteo Di Giulio, finora impegnato nella saggistica e nella critica cinematografica. Non siamo di fronte a un autore in erba, e si vede: lo stile di Di Giulio è sicuro, riconoscibile, la narrazione scorre con chiarezza e senza incertezze. La capacità descrittiva impreziosisce questo giallo che, però, non decolla del tutto.
La scelta di costruire una trama basata su uno scandalo edilizio è interessante e, a dirla tutta, da lodare: in un panorama giallistico ormai incantato dalla morbosità fine a sé stessa, il tema delle frodi edilizie ci riporta a una realtà, la nostra, che conosciamo poco.
Il modo di condurre la narrazione, però, nonostante un inizio promettente, si arena su se stesso: e il giallo diventa un lungo monologo del detective protagonista e voce narrante, intervallato spesso da considerazioni irrilevanti o inconcludenti che nulla hanno a che fare con lo svolgersi degli eventi; si finisce in un’indagine un po’ troppo raccontata, un po’ troppo poco mostrata, nella quale il tema del marcio edilizio resta una promessa destinata a essere mantenuta solo nelle ultimissime, precipitose pagine.
L’ambientazione milanese è ben tratteggiata, ma questa tendenza al “cicaleccio” della voce narrante rischia di danneggiare anche l’abilità descrittiva per dare un effetto da guida turistica che, insieme a quanto detto sopra, fanno chiudere “La Milano d’acqua e sabbia” più facilmente di quanto uno scrittore (e un lettore) dovrebbe augurarsi.
Dalla sua, l’autore ha una buona capacità nel delineare l’ambiente di lavoro del protagonista, realistico nella sua quotidianità spesso squallida, e nell’introdurre le figure dei colleghi, ognuno con un distinto ruolo e con un’individualità ben tratteggiata. Lo stesso non si può dire della protagonista femminile, che parte bene come belle dame sans merci ma si trasforma presto e repentinamente in un angelo del focolare zeppo di amore e frasi fatte. Peccato, perché anche i personaggi negativi  – alcuni molto negativi – hanno un loro spessore e valorizzano le sottotrame dai tratti poliziotteschi, le uniche che riescono a dare un po’ di colore al romanzo.

Giulia Abbate

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