La memoria del topo - ConnellyRecuperiamo oggi su Thriller Café un romanzo che ha segnato la nascita di un grande narratore della scena thriller, Micheal Connelly: La memoria del topo, vincitore del prestigioso Edgar Award for Best First Novel: un battesimo importante per il protagonista del romanzo, il detective Hieronymous “Harry” Bosch, a cui, in seguito, l’autore ha dedicato numerosi altri romanzi.

Titolo: La memoria del topo
Autore: Micheal Connelly
Editore: Piemme
Anno: 2001
Traduttore: Pasetti M. C.

Bosch è un detective della divisione Hollywood, noto piantagrane tra i colleghi e i superiori, per via di una vecchia storia che come conseguenza professionale ha avuto l’allontanamento dalla prestigiosa unità rapine e omicidi di Los Angeles, ma anche una cospicua fama che li ha fruttato un bel po’ di denaro.  La storia ha inizio la domenica precedente al Memorial Day, giorno dedicato alla memoria dei caduti in Vietnam: Bosch viene chiamato per il ritrovamento di un cadavere in un condotto, sulla strada della diga Mullholland. All’apparenza sembra un semplice caso di morte per overdose, ma Bosch riconosce il corpo grazie ad un tatuaggio, uguale al suo. Si tratta di Billy Meadows, un fantasma del suo passato di combattente  in Vietnam: appartenevano entrambi, insieme ad altri, alla squadra dei topi delle gallerie, un nome con cui si indicavano i soldati specializzati nelle ricerche attraverso le labirintiche gallerie utilizzate come rifugi da parte dei vietcong. Potrebbe essere una coincidenza che proprio Bosh sia stato chiamato per questo caso “semplice”, ma Bosch non crede alle coincidenze. Inizia così una settimana difficile per il detective Harry Bosch: l’indagine sull’assasinio di Meadows lo trascinerà in una girandola di eventi che metteranno in gioco non solo la sua vita, ma anche i suoi sentimenti e le sue paure di dover  fare i conti con i demoni del suo difficile passato.

Michael Connelly, inserendosi nella migliore tradizione del genere hard boiled, dà vita con Harry Bosch ad un personaggio che si presenta come un cane sciolto, insofferente all’autorità ottusa e a quello spirito di affiliazione che dovrebbe rendere il corpo della polizia una sorta di grande famiglia, dove si è disposti a tutto per salvaguardarne l’onore. Ma Connelly riesce a rinnovare un genere collaudato, dando maggiore spessore e profondità al plot  attraverso un personaggio complesso come quello di Harry Bosch: attraverso i suoi ricordi e le sue vicende l’autore ha modo di presentare temi delicati come la guerra, la solitudine e il dolore che porta con sé ogni perdita, che coinvolgono sempre più  il lettore nella storia. A ciò contribuisce il fatto che l’autore sia un vero e proprio maestro di prosa: attraverso il suo stile asciutto, spia del suo passato da reporter, Connelly conduce il lettore nei meandri del mondo del crimine, dove chi persegue la giustizia (e non la legge) si trova a camminare sul filo del rasoio tra inganni e corruzione. Ogni personaggio risulta ben definito dal cesello di Connelly, che, come uno scultore, fa emergere di ognuno una personalità a tutto tondo che si staglia in una Los angeles dal duplice volto: città di angeli del paradiso per alcuni e di inferno per altri, come per Meadows o per il giovane Sharkey, che vivono in un sottobosco criminale, in cui droga, prostituzione  e violenza sono i padroni incontrastati.

L’indagine di Bosch e dell’agente dell’FBI che lo affianca, Eleanor Wish procede come una indagine poliziesca da manuale, attraverso il metodo di ricerca basato su indizi e deduzioni, giuste domande e una caparbia volontà a non credere alle coincidenze. La storia a mio giudizio non si distingue per il susseguirsi di colpi di scena da lasciare senza fiato, ma acquista valore e spessore  proprio grazie al suo protagonista, che fa da perno a tutto il romanzo. Si tratta di un personaggio con cui il lettore fa fatica ad entrare in empatia nei primi capitoli, ma pian piano ne viene conquistato, scoprendo pagina per pagina le sfaccettature di un carattere, certamente rigido e poco diplomatico, ma compassionevole, ironico e profondamente umano: d’altronde  è lo stesso Bosch ad dar prova di grande autoironia quando ad una  segretaria, che con indifferenza gli  chiede un suggerimento  per una definizione delle parole crociate “una parola di 5 lettere usata per definire un uomo triste e solitario”,  il detective senza alcuna esitazione risponde “Bosch” e dopo una battuta così, è impossibile che possiate dimenticarvi facilmente del detective Hieronymus Bosch.

La memoria del topo, di Micheal Connelly IBS!

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Articolo protocollato da Chiarastella Grande

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