La mano del diavolo - Robert Bryndza

Ci sono romanzi, cari avventori del Thriller Cafè, che sono costruiti in modo da arrivare alle pagini finali con un ritmo crescente, come in una gara di mezzofondo, dove si passa gran parte del tempo a tenere il ritmo, per scatenare nell’ultimo giro l’affondo decisivo. Questa è la sensazione che mi ha provocato la lettura dell’ultimo lavoro di Robert Bryndza: “La mano del diavolo” (titolo originale “Devil’s Way”, editore Newton Compton, traduzione di Carlotta Mele).

È il più recente episodio della serie dell’investigatrice privata Kate Marshall, un tempo poliziotta, già alcolista, ora guarita. Gestisce un campeggio nel Devonshire, nel sud-ovest dell’Inghilterra, vicino alla Cornovaglia. Proprio in quella zona, c’è un parco naturale piuttosto grande, il Dartmoor, dove Bryndza immagina si svolga il suo romanzo. Un parco non molto scintillante, dalle atmosfere a metà tra il fiabesco e il terrifico, nel quale l’autore colloca una zona immaginaria che chiama Devil’s Way, la strada del diavolo, che nella traduzione è diventata “mano” del diavolo. Lì si è accampata una famiglia per passare qualche giorno nel verde nel caldo mese di Giugno, ed è proprio lì che in circostanze misteriose sparisce un bambino, Charlie.

Del bambino, dal lontano giugno 2007 si è persa ogni traccia. Ma undici anni dopo, la nonna materna decide di riaprire il cold case e affida proprio a Kate e al suo aiutante Tristan Harper, l’incarico di capire che fine ha fatto. Kate, che si è appena ripresa da un brutto incidente natatorio nel quale ha rischiato di annegare, ritorna sulle indagini della polizia e riesce a collegare alcune piste che, all’epoca, la polizia non aveva collegato.

C’è tutta l’atmosfera rarefatta dei cold case in questo bel romanzo di Bryndza, una narrazione che ci parla di un passato sfocato, mai chiaro, che molti hanno rimosso per non dover più affrontare. Un passato che per alcuni dei protagonisti significa fare i conti con un tempo difficile e problematico, a cominciare da Kate, che all’epoca non era ancora uscita dal tunnel dell’alcolismo (ancora undici anni dopo frequenta gli alcolisti anonimi). Il ritmo è lento e suadente all’inizio, ma la storia non diventa mai noiosa, perché Bryndza è uno scrittore di gran talento e sa come gestire la fase meno ricca di azione. L’intreccio però pian piano prende quota e i colpi di scena si susseguono, con una costruzione perfetta, che cresce armoniosamente, fino al finale travolgente.

Oltre a una chiara volontà di raffigurare un’infanzia spesso fragile e in balia delle follie che contraddistinguono la vita adulta, l’autore costruisce un romanzo che affronta con decisione coraggio i lati oscuri della società inglese contemporanea: il degrado sociale, la miseria e l’alcolismo, presentandoci un Paese lontano dalla ribalta della capitale e le condizioni di vita spesso squallide di quella che nel ventesimo secolo si sarebbe definita la working class inglese. Ma che oggi rischia di non essere più né working e nemmeno class, travolta da condizioni di lavoro disordinate e precarie e immersa nell’oceano della solitudine di un individualismo triste e desolante. Lo sfondo in più è fatto di istituzioni decadenti. Un sistema sanitario malfunzionante (ma che rimane uno dei cardini del welfare britannico), istituzioni pubbliche iper-burocratiche e una polizia sempre meno efficace. C’è però una nota positiva nella narrazione di Bryndza ed è quella relativa alla famiglia. Non certo una famiglia tradizionale e tradizionalista, che anzi quella è fortemente derisa, se non osteggiata. Piuttosto una famiglia variopinta e allargata, una famiglia come sede degli affetti che si difende e si rappresenta per quello che è nella realtà, non per quello che si vorrebbe che fosse. Una famiglia agita e non rappresentata, una famiglia diversa, che ci fa capire che non tutto è perduto, ma esistono ancora spazi di speranza.

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La mano del diavolo
  • Editore: Newton Compton Editori
  • Autore: Robert Bryndza , Carlotta Mele

Articolo protocollato da Giuliano Muzio

Sono un fisico nato nel 1968 che lavora in un centro di ricerca. Fin da piccolo lettore compulsivo di tante cose, con una passione particolare per il giallo, il noir e il poliziesco, che vedo anche al cinema e in tv in serie e film. Quando non lavoro e non leggo mi piace giocare a scacchi e fare attività sportiva. Quando l'età me lo permetteva giocavo a pallanuoto, ora nuoto e cammino in montagna. Vizio più difficile da estirpare: la buona cucina e il buon vino. Sogno nel cassetto un po' egoista: trasmettere ai figli le mie passioni.

Giuliano Muzio ha scritto 134 articoli:

Libri della serie "Kate Marshall"

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