Tiziano Bortot detto Titto è un moderno don Abbondio, la cui vita è scandita da un meticoloso scansare ostacoli, farsi i fatti propri da sempre e seguitare come un torrente in pianura. Peccato che di mestiere faccia il brigadiere dei Carabinieri, ma ormai tutti in zona lo conoscono e riescono ad apprezzarne la noiosa routine, confortevole anche al prossimo.

Ma Tiziano Bortot incappa in una serie di morti sospette: prima tal Egisto Zoldan che si impicca per debiti di un gioco a cui nessuno lo sapeva dedito, poi tal Ettore, lavoratore esperto, che vola giù da un muro su cui si è issato senza adeguate protezioni. Strano, tutto molto strano, e sullo sfondo di questi episodi strani, apparentemente slegati, si staglia la montagna, forte, grave. Qualcosa la sta disturbando e lei si muove, rumoreggia, spaventa. In modo strano, appunto.

Tiziano Bortot inizia a far domande, anzi, si sposta proprio fisicamente e va su, verso Erto e verso Casso, e la gente – che non si fida- prova a capire perché questo brigadiere che nessuno ha mai visto prima ora si interessi a loro, agli espropri, ai timori dei montanari, a questa società Sade che sta costruendo una diga e fa gran mostra di consulenze e perizie sulla sicurezza dei lavori. E non ascolta la montagna.

Accompagnato dalla saggezza concreta dei proverbi in bellunese di sua moglie Adele, Titto si rende conto di quanto inetto sia sembrato sin a quel momento a tutti, e allora reagisce. Non era da lui uscire dagli schemi e prendere iniziative. Ora si. Non era da lui agire fuori dai confini dei propri compiti e soprattutto delle regole. Ora si.

Davide Rigoni, emiliano di nascita, ma dal cognome inequivocabilmente veneto, ci ha raccontato di essersi incuriosito della storia del Vajont fin da bambino.

A dirla tutta, l’ha raccontato solo a Mazzavillani e alla amica Paola Varalli, perché a quella puntata di Risolto Giallo io, purtroppo, non c’ero.

Comunque Davide ci ha detto di aver amato lo spettacolo di Marco Paolini e aver letto tutto ciò che tratta quella strage, perfino le carte processuali e ne ha ricavato un giallo originalissimo, che intreccia la solida base della ricostruzione storica a personaggi di fantasia che in quella vicenda appaiono plausibili, dipanando l’investigazione di Bortot e del giornalista che lo affianca (non certo la nota Tina Merlin che lì scrisse tanto) sino ad un finale sorprendente, degno di una storia che poteva andare proprio così. Nell’anniversario della strage, una lettura che coniuga cronaca a letteratura. In ricordo e in cordoglio alle vittime, umane e naturali.

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La gola del diavolo. Giallo nel Vajont
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Articolo protocollato da Alessia Sorgato

Alessia Sorgato, classe 1968, giornalista pubblicista e avvocato cassazionista. Si occupa di soggetti deboli, ossia di difesa di vittime, soprattutto di reati endo-famigliari e in tema ha scritto 12 libri tra cui Giù le mani dalle donne per Mondadori. Legge e recensisce gialli (e di alcuni effettua revisione giuridica così da risparmiarsi qualche licenza dello scrittore) perché almeno li, a volte, si fa giustizia.

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