landsale-la-forestaAutore amatissimo in Italia, Joe Lansdale torna nelle nostre librerie con un nuovo libro intitolato La foresta (edito da Einaudi con traduzione di Luca Briasco).
Si tratta di un romanzo stand alone ambientato ai primi del Novecento che vede protagonista Jack Parker, sedicenne in viaggio dal Texas verso il Kansas dopo aver perso entrambi i genitori a causa di un’epidemia di vaiolo. Un viaggio che si tramuta in incubo quando lungo la strada s’imbatte in una banda di tagliagole che dopo aver ucciso suo nonno rapiscono Lula, sua sorella minore. Jack si lancia ovviamente sulle loro tracce, spalleggiato da un gruppo di cacciatori di taglie stranamente assortito. Un nano dalla mira fenomenale, colto e melanconico; un enorme afroamericano che per vivere scava fosse; una prostituta di buon animo ma con la lingua veloce; uno sceriffo con il viso e il corpo costellati di cicatrici. Senza dimenticare un maiale selvatico di nome Hog.
Sullo sfondo, il Texas dell’est, un luogo tutt’altro che civilizzato, in cui i soldi sgorgano sotto forma di petrolio dal terreno e in cui regna la legge suprema del sangue.

Edito in lingua originale col titolo di The thicket (settembre 2013), La foresta, libro che è un po’ western, un po’ thriller e un po’ romanzo di formazione, è stato definito “divertente e spaventoso quanto qualunque cosa possa essere stata immaginata dai fratelli Grimm o da Mark Twain”.
Tratto dal sito dell’editore, vi riportiamo a seguire un estratto; potete scaricarlo in PDF da qui.

Il giorno che nonno venne a prendere me e mia sorella Lula e ci trascinò fino al traghetto, non potevo immaginare che presto mi sarei ritrovato in una situazione peggiore di quella che ci era già toccata in sorte, o che avrei iniziato a frequentare un pistolero nano, il figlio di uno schiavo e un maiale grosso e inferocito, né tanto meno che avrei trovato l’amore e ucciso qualcuno, ma le cose andarono proprio cosí.
Fu il vaiolo a scatenare tutto. Aveva attraversato il paese come un mulo imbizzarrito ed era stato particolarmente spietato con Hinge Gate, una città non molto distante. Arrivò come una turbolenta e fangosa ondata di morte, e uccise cosí tanta gente che la chiamarono epidemia. Due tra le vittime furono i nostri genitori, che non avevano avuto un malanno in vita loro. Io, al contrario, ero stato cagionevole per tutta l’infanzia finché non iniziai a irrobustirmi, e Lula era sempre stata un po’ scheletrica, ma nessuno dei due prese il vaiolo. All’epoca avevo sedici anni e godevo di ottima salute, mentre Lula ne aveva quattordici, ed era un fiore pronto a sbocciare. Quel dannato vaiolo ci passò accanto come se fosse cieco da un occhio.
Colse di sorpresa mamma e papà, che iniziarono ad avere la febbre e a coprirsi di vesciche, producendo un suono simile a quello di una fisarmonica scassata ogni volta che cercavano di respirare. La cosa peggiore era che dovevamo restare seduti e guardarli morire, e non potevamo fare un accidenti. Non potevamo neanche toccarli per paura di ammalarci anche noi.
Il vaiolo attraversò tutta la città come se fosse a caccia di soldi. I morti furono ammucchiati fuori dalle case, caricati sui carri e sepolti in fretta e furia. In alcuni casi, quando nessuno li conosceva, venivano bruciati, perché c’erano diversi stranieri di passaggio in città che si erano ammalati ed erano morti senza dire il loro nome o la loro destinazione. Alla fine lo sceriffo Gaston fu costretto a mettere dei cartelli lungo le strade di accesso con scritto che nessuno poteva lasciare la città e diffondere la malattia, e che nessuno poteva entrare rischiando di infettarsi.
C’era gente che accendeva piccoli fuochi nei vasi intorno alla propria casa e all’interno, convinta di tenere lontano il vaiolo, ma non serviva a niente, se non a riempire l’aria di fumo e a far respirare peggio di prima chi era già stato colpito.
Vivevamo ai margini della città, e ho sempre creduto che il responsabile fosse il calderaio, che fosse stato lui a portare quella piaga in casa come uno dei tanti articoli sul suo carro. Credo che l’inizio della fine sia stato quando mio padre gli strinse la mano e comprò una padella. Lui e mamma si ammalarono subito, anche se non vidi neanche una pustola addosso al calderaio.
Andai immediatamente in città con la mula a chiamare il dottore. Appena arrivato, capí all’istante che salvarli sarebbe stato come far schizzare le immagini fuori da un dipinto. Non era in grado di farlo, ma diede loro un paio di pillole da prendere, se non altro per dimostrare che ci stava provando. Pochi giorni dopo mamma e papà peggiorarono molto, cosí andai in città sperando di far tornare il dottore. Era morto anche lui di vaiolo; era già stato sepolto, e qualcuno aveva lasciato un vaso fumante sulla sua tomba. Lo sapevo perché l’avevo visto entrando al cimitero e lo vidi di nuovo mentre uscivo, quando ormai sapevo di chi fosse la lapide. Qualcuno doveva essere convinto che il fumo avrebbe impedito alla malattia di propagarsi dal cadavere. È difficile sapere che cosa pensasse davvero la gente, perché il vaiolo non aveva soltanto ucciso un bel po’ di anime ma aveva spaventato i vivi privandoli della ragione, e io stesso non ero del tutto lucido.

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Articolo protocollato da Giuseppe Pastore

Da sempre lettore accanito, Giuseppe Pastore si diletta anche a scrivere e ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste e ottenuto vittorie e piazzamenti in numerosi concorsi letterari. E' autore (assieme a S. Valbonesi) del saggio "In due si uccide meglio", dedicato ai serial killer in coppia. Dal 2008 gestisce il ThrillerCafé, il locale virtuale dedicato al thriller più noto del web.

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