La foglia grigiaLa foglia grigia di Alessandro Cannevale è il libro recensito oggi da Andrea Pelfini per ThrillerCafe.

Titolo: La foglia grigia
Autore: Alessandro Cannevale
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2009
Pagine: 448

Trama in sintesi:
Perugia, luglio 1877. L’ispettore Verbasco non ha studiato molto, gli riesce difficile anche leggere e scrivere. Ma come poliziotto nessuno è meglio di lui. Assieme a Boeris, potente uomo dei Servizi, deve fermare l’assassino di due ragazze. Sono state rinvenute entro la cinta delle mura, svestite e sventrate. Sarebbe una vicenda di “servette e puttane”, per le autorità del posto, ma Boeris sa sono davanti a un affare di Stato. Intanto l’assassino inizia a colpire anche nell’alta società… Nel frattempo, arriva in città il poeta Giosue Carducci: anche lui resterà invischiato in un gioco vasto, di cui non si vede la fine.

Succede che parallelamente a La foglia grigia di Alessandro Cannevale stavo leggendo il breve saggio con cui il collettivo Wu Ming svolgeva la sua tesi secondo cui tutto un insieme di romanzi scritti in Italia dal 1993 in poi possono essere catalogati sotto la comune categoria di New Italian Epic. Probabilmente a causa di un’indole irrimediabilmente razionalista, novello emulo di Linneo, ho dovuto dare soddisfazione alla mia domanda di catalogazione del creato: “La foglia grigia” può essere considerata un’opera del genere New Italian Epic?

La risposta che mi sono dato – assumendo come assioma di fondo il fatto di aver ben compreso tale definizione di genere letterario, cosa assolutamente non scontata – è affermativa. La foglia grigia è un libro ambientato nel Risorgimento italiano e, più precisamente, nella Perugia del 1877. La città umbra è scossa dal ritrovamento dei cadaveri di due ragazze abbandonati in un fosso, orrendamente mutilati e riportanti gli evidenti segni di tortura. Le due giovani donne sono due servette che per arrotondare lo stipendio mensile, probabilmente, non disdegnavano di prostituirsi per pochi spiccioli. Non frega niente a nessuno, quindi, della loro sorte. Peccato che l’ispettore di pubblica sicurezza Giulio Verbasco, però, non sia nessuno. E neppure il colonnello dei Carabinieri Boeris, incaricato, anni prima, dallo stesso Camillo Benso conte di Cavour di porre fine a questa mattanza di giovani donne che sembrava inarrestabile e capace di coinvolgere l’intero, neonato Stato. Strumenti idonei a tal fine: tutti. Da qui parte e si dipana una vicenda che dal thriller nudo e crudo arriva a descrivere un intero periodo storico in cui affondano le radici del nostro Paese, a sviscerare i complessi rapporti di potere esistenti tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche, ad indagare nelle profondità più recondite dell’animo umano.

A tal proposito ho trovato particolarmente illuminanti le poche pagine in cui Cannevale fa parlare Cavour in un flashback di alcuni anni prima rispetto allo svolgersi della vicenda: “Il fatto è che il bisogno di fare il male risiede nelle più oscure profondità dell’animo umano” [pg. 280]. “Sto dicendo che navighiamo sulla zattera della civiltà, capitano Boeris, ma siamo persi nel mare immenso della violenza brutale. Un mare che ospita esseri orrendi, con i quali rischiamo di confonderci, se la zattera affonda. Ci balocchiamo con l’idea del progresso come cammino inarrestabile dal buio alla luce, con l’illusione di essere usciti per sempre dalle tenebre della barbarie” [pg. 281] e ancora “L’orrore convive con la nostra civiltà, si alimenta e cresce dentro un organismo senza combatterlo apertamente, ma privandolo della linfa vitale dei suoi ideali. Può svuotare quell’organismo, lasciarne intatto solo l’involucro esterno, trasformarlo in un animale imbalsamato. Uno Stato libero senza più libertà, preda dell’esercizio sfrenato e sanguinario del potere.” [pg. 282].

Cavour non avrà sicuramente mai pronunciato queste parole, stiamo parlando di un romanzo, quindi di fiction e non di un testo di storia, come lo stesso Cannevale ci avvisa al termine del libro. Però avrebbe potuto averle dette. L’autore ci precipita in un’epoca e ci piazza lì, insieme a Boeris, davanti alla scrivania nello studio di Cavour ad assistere ad una delle più belle pagine scritte sul progresso, la nostra civiltà, l’Uomo e il male. È probabilmente dalla sua esperienza di magistrato che l’autore attinge per scrivere queste parole, è dal suo trovarsi quotidianamente di fronte all’assurdità del piccolo e del grande male – o forse semplicemente del Male – che Cannevale trova quel perfetto grimaldello in grado di renderci una figura storica così vicina e attuale. Perché forse aveva ragione Machiavelli: gli uomini non cambiano. Per questo motivo studiava gli antichi romani al fine di capire i propri contemporanei. Il medesimo principio vale per noi.

La lingua utilizzata è un misto tra italiano e dialetto umbro, anche se abbondantemente edulcorato, così da ricreare l’atmosfera del luogo senza rendere l’intera narrazione incomprensibile a chi umbro non è. Camilleri docet. Gli accenti thriller del romanzo non sono particolarmente originali, risultando a tratti anche prevedibili. Non c’è, per capirci, il colpo di scena finale che sovverte tutti gli equilibri creati o in grado di spiazzare il lettore. Ma credo che non fosse neanche questo lo scopo dello scrittore. Non era nella sua volontà lo scrivere un romanzo semplicemente di genere. Il thriller, come ormai accade sempre più di frequente, non è altro che un pretesto, un espediente narrativo per parlare d’altro, per esporre in maniera piacevole e accattivante i concetti descritti sopra e che potrebbero tranquillamente trovare casa pure in un testo complesso ed ermetico di filosofia, anche se con probabili diverse sorti editoriali e di vendita.

Se alcune delle persone coinvolte nella catena di omicidi possono essere sospettate dal lettore attento con relativo anticipo sullo sviluppo della storia, ciò che resta incognito fino al termine del libro è se Verbasco e gli altri funzionari di pubblica sicurezza riusciranno a scovare e soprattutto punire i colpevoli. Perché siamo sempre alle solite, siamo fermi a George Orwell: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Pagina 410: “Ossa di porco e ossa di cristiano. Se cane trova porco, trova uomo. Tengono il mismo odore, quando l’anima se n’è volata”.

Andrea Pelfini – Pegasus Descendig

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