Quando il nostro Giuseppe Pastore, gestore e motore mobile di tutto l’universo Thriller Café, mi ha proposto di recensire l’ultimo romanzo di Bruno Morchio, me l’ha presentato con l’appellativo di “hard boiled”, un genere che non frequento molto e che, sulle prime, mi ha perplesso. Non sono forse letture più adatte ai maschi? mi chiedevo, memore di antiche reminiscenze da quel Il grande freddo letto in gioventù. Lo sguardo sbieco sotto l’ala del Borsalino di Humphrey Bogart o le onde lucide delle chiome delle dark lady modello Black Daliah, a dirla tutta, non mi convincevano neppure da ragazza per cui – tolta l’interpretazione di Woody Allen ne La maledizione dello scorpione di giada – avrei volentieri relegata tutta quella letteratura sullo scaffale.

Poi Giuseppe ha mosso sulla scacchiera in maniera inattesa: mi ha portato una copia de La fine è ignota. Di carta (il volume) e di persona (il Pastore). Scacco al re.

Oggi, a distanza di pochi giorni, posso e devo ammettere che questo romanzo mi è piaciuto moltissimo.

Conoscevo Morchio sin dall’epoca delle avventure del suo Bacci Pagano e circa un anno fa ho recensito Nel tempo sbagliato ma Mario Migliaccio, il nuovo personaggio, balza in testa alla classifica senza sforzo: ha un’età compresa fra i 35 e i 45 anni, è un solitario, ha pochi e scalcagnati amici, e gestisce una “agenzia investigativa per indagini non autorizzate, lecite e illecite, riservate e con parcella esentasse liquidata cash”. Non pone condizioni e non lascia tracce. Lo si può trovare nella tampa di vico San Sepolcro (tampa non come città della Florida ma come buca, fossa, pantano) o al bar dell’Allegria, “seduto al tavolo d’angolo, appoggiato al perlinato marron che fascia la parete, davanti a un caffè, a un gotto di bianchetta o una sambuca, a seconda dell’ora” (mai come in questa recensione citare l’autore rende bene l’idea).

Mariolino viene incaricato di scoprire dove sia finita Liveta, una prostituta albanese scappata dal Nido delle Delizie, casa di appuntamenti facente capo a Luigi il Vecchio, genovese doc, con una carriera da criminale di lungo corso. Un altro topos del genere: ricco sfondato, vive in una casa fatiscente, arredata peggio di un alloggio per abusivi, veste male e parla in dialetto stretto.

Mariolino incassa l’acconto, con cui finalmente può livellare i suoi numerosi debiti e portare fuori a cena Fatima, la prostituta mulatta che vive nella sua stessa pensioncina (lei in una stanza, lui in un cavedio), di cui è follemente perso senza speranza, perché lei ha un protettore che la considera roba sua (fuori orario lavorativo, ben inteso).

Lo scenario di questa ricerca è una Genova sordida, ammuffita e popolata di “reietti, scarti, zeri”, gente sfuggente, che vive di traffici illeciti o espedienti, dove persino la natura è crudele e immotivatamente (quando avrete letto la scena del gabbiano ne converrete, ma aspettate e leggete oltre la scena della pantegana). Uno sfondo perfetto ad una storia atroce, dove vittime e carnefici si incrociano e a volte si cambiano i ruoli, dove “le coincidenze congiurano” e le bagasce inalberano “istinto di classe” e buoni sentimenti. E poi si inandiano tanti dialoghi in genovese e tante frasi in albanese, e questo cambio di registro espressivo rende le pagine ariose, multi-culti, ritmate come un caruggio: leggerlo ascoltando De Andrè o Paolo Conte potrebbe moltiplicarne l’effetto. Sì, va bene, non ve lo faccio cercare, “inandiare” in genovese significa iniziare. Basta non dico altro. InandiateLa fine è ignota” e poi ne parliamo. Magari poco, magari mugugnando. Godevelo, figieu! Manimàn che prima o poi non vi servano i servigi di Mariolino.  

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La fine è ignota
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La fine è ignota
  • Morchio, Bruno (Autore)

Articolo protocollato da Alessia Sorgato

Alessia Sorgato, classe 1968, giornalista pubblicista e avvocato cassazionista. Si occupa di soggetti deboli, ossia di difesa di vittime, soprattutto di reati endo-famigliari e in tema ha scritto 12 libri tra cui Giù le mani dalle donne per Mondadori. Legge e recensisce gialli (e di alcuni effettua revisione giuridica così da risparmiarsi qualche licenza dello scrittore) perché almeno li, a volte, si fa giustizia.

Alessia Sorgato ha scritto 94 articoli: