Max Fiorelli è uno scrittore romano, che pubblica per Piemme il suo primo romanzo “maturo”: “La fine che farai”, dopo l’esperienza iniziale dei racconti con protagonista Gordon Spada, mercante d’arte e avventuriero.
Siamo a Roma, dove lo scrittore americano di origine italiana Harry Castellani, reduce dal suo esordio best-seller, ha programmato un tour di presentazione del libro. Harry si è scoperto scrittore di thriller dopo un passato come detective nella polizia di Miami, arrivando velocemente al successo ed essendo anche un po’ travolto dalla notorietà che caratterizza lo star system. Carattere irrequieto, bicchiere facile e debole per le donne completano il personaggio, che talvolta fa fatica a rispettare i canoni richiesti da agente ed editori. Nel corso di una delle serate mondane organizzate per il suo libro, un episodio coinvolge lo scrittore. Crede di vedere qualcosa che potrebbe far pensare a un’aggressione a una giovane donna conosciuta proprio alla presentazione del suo libro, ma decide di non intervenire, un po’ per quieto vivere, un po’ perché vuole spogliarsi definitivamente dei panni del poliziotto sospettoso. Saranno però i quotidiani dei giorni successivi a provocargli una crisi di coscienza: la ragazza vien infatti ritrovata barbaramente uccisa dopo essere stata stuprata. Inizia così per Harry una sfida personale che lo condurrà a vestire nuovamente i panni del detective, alla ricerca del colpevole di quel delitto atroce.
Quello di Max Fiorelli è un bel libro, nel quale traspare chiaramente il suo talento di scrittore, anche se alcuni aspetti del romanzo rivelano ancora una sua certa incompiutezza e una non completa definizione dei suoi canoni letterari. La prosa è scorrevole e l’intreccio ben costruito, anche se a volte un po’ ridondante. Una certo “snellimento” di alcuni passaggi forse sarebbe stato ancora possibile e un’attenta valutazione sull’inserimento dell’ultima parte del romanzo, che rischia di presentarsi come un eccessivo appesantimento. Forse se il romanzo si fosse chiuso prima dell’ultima sequenza narrativa, non ci sarebbero state carenze e non ci sarebbe stata l’impressione di un’eccessiva lunghezza. In ogni caso, anche quest’ultima parte non rovina certamente la bellezza della storia.
La costruzione dei personaggi è buona. La loro definizione psicologica compiuta. Questo romanzo lancia un detective interessante, Harry Castellani, di cui sicuramente sentiremo ancora parlare. Forse anche in questo caso si potevano evitare alcune caratterizzazioni, che rischiano di far diventare il personaggio un po’ troppo poliedrico, oppure, che è la stessa cosa, ancora privo di una sua identità. Ci sono molte suggestioni in Castellani: un po’ Callaghan, un po’ Marlowe, un po’ Indiana Jones o James Bond, ma a tratti anche uno degli avvocati investigatori di Grisham. Credo che nelle uscite successive questo detective-scrittore debba e possa assumere una sua fisionomia più definita.
Sicuramente Max Fiorelli ha un suo stile narrativo ben caratterizzato. Aspro, crudo e a tratti un po’ pulp, molto coinvolgente. E anche la descrizione del contesto sociale è uno dei punti maggiormente riusciti di questo autore, che sa descrivere benissimo la sua Roma e la sua Italia, mettendo in luce anche alcuni aspetti non troppo evidenti che rivelano una capacità di ambientazione e una attitudine a una critica sociale non sciatta e generica, ma precisa ed efficace. In questo senso, per esempio, alcuni tratti che descrivono l’ambiente editoriale sono graffianti e ben riusciti. I due temi forti del romanzo, il rapporto tra la finzione narrata e la realtà, e il rapporto di tutti noi con il nostro lato oscuro, forse non sono originalissimi, ma sono alla fine ben resi ed emerge chiaramente una “firma” dell’autore, che vuole dirci che il vero successo è racchiuso nelle piccole cose di ogni giorno e non in un potere che troppo spesso ha l’abitudine di mostrarci il suo lato diabolico. Se questo è un inizio per Max Fiorelli, fa ben sperare per il suo futuro.
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