La custode dei peccati - Megan Campisi - recensione

Streghe, whicche, fattucchiere, cuentiste… e quante ancora ne possiamo elencare di figure femminili temute, idolatrate, bruciate sui roghi, recuperate ex post, restituite ad una memoria storica più giusta, o almeno più consapevole, informata e quindi colta?

Dalla Chimera di Sebastiano Vassalli (premio Strega di quando ero bambina), passando per Il Nome della Rosa e, più recentemente, Io sono la strega di Marina Marazza, sulla storia di Caterina da Broni (di cui non posso scrivere qui perché la narrazione non è gialla né thriller, è solo storicamente l’ennesima nefandezza nei confronti di una donna), la figura femminile che maneggi erbe, incantesimi e formule rituali è sempre piaciuta e al contempo la si è sempre torturata volentieri, poi ammazzata nel segno del giusto. Non serve affatto reclamare quante profonde nequizie siano state commesse in omaggio al patriarcato ed ai suoi accoliti più bui. È storicamente accertato. Ormai si sa. Quel che non si sapeva, o almeno lo ignoravo io, è che nell’Inghilterra d’antan sia vissuta una figura nota come la “mangiatrice di peccati”. Una donna, ovviamente, di solito scampata alla forca (che ha rischiato perché per esempio ha rubato una pagnotta, come la protagonista del meraviglioso romanzo di Megan Campisi), scelta perché da punire in maniera ancor più esemplare rispetto ad una mera condanna a morte, ed al contempo selezionata per essere estratta dal contesto umano (pur bieco, pur misero, pur disperato in cui viveva), e assurta ad un ruolo necessario, indispensabile ma aborrito, schifato dal mondo. La mangiatrice di peccati. Una donna a cui viene tatuata una S sulla lingua (quali sofferenze nel subirlo, e quale vergogna nel non poter più profferire parola – pena la visione di quel marchio – se non le formule rituali da salmodiare sul letto di morte di un altro: “L’invisibile è ora visibile”). Un recettore di una sorta di confessione, capace (perché a ciò addestrata) di trasformare ogni peccato del/la moribondo/a in un cibo. “Mangiati i cibi, i tuoi peccati saranno i miei”. Ecco che l’avarizia corrisponde all’aglio (infatti io sono allergica, NdA), l’adulterio all’uva passa, il furto alla colomba arrosto, il sacrilegio al pan di zenzero e la violenza carnale ad una testa, di cappone se su donna e di agnello da lette se su bambini.

Ma a May, la protagonista di questo giallo strepitoso, dopo aver ricevuto l’ultima confessione di due donne molto, molto vicine alla Regina, viene servito cuore di cervo. Il segnale di un omicidio. E nessuna delle due moribonde lo ha confessato. La sua mentore, infatti, rifiuta di mangiarlo e paga con la propria vita l’oltraggio alla corona. Lei, all’inizio, non si tira indietro e inghiotte. Poi, rosa dal senso di colpa per la morte della propria maestra, inizia ad indagare e … qui comincia il romanzo giallo.

Meraviglioso! Per chi ami Margareth Atwood, Alda Merini, Sibilla Aleramo, Kim Hudson e tutte le altre scrittrici, poetesse, sociologhe che si occupino di patriarcato, femminismo inclusivo e riscatto reputazionale della donna, questo libro è da segnalare. È un’indagine, assolutamente un’inchiesta, ma su uno sfondo storicamente olezzante di minorità, di sottomissione, di becero baciapile timore trasformato in tortura. E di riscatto- “so dove devo essere” si ripete la protagonista in una finale litania di auto-conforto.

E voi, sapete dove dovete essere?

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La custode dei peccati
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La custode dei peccati
  • Editore: Nord
  • Autore: Megan Campisi , Alessandro Storti