Intervista a Paolo Roversi
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Il protagonista delo spazio interviste di Thriller Café è oggi lo scrittore Paolo Roversi, in libreria in questi giorni con “E così per non morire” , SEM Libri – in cui ritroviamo la profiler Gaia Virgili impegnata in un drammatico caso di omicidi di donne sole a Milano.
Paolo Roversi ha accettato di rispondere a qualche domanda di approfondimento di genesi e trama del suo nuovo romanzo.
[Federica Cervini]: ciao Paolo iniziamo parlando delle clacson girls e degli omicidi avvenuti a Milano negli anni Settanta. Perché hai voluto tornare a raccontare quei cold case e come ti sei documentato?
Come hai dosato realtà e fantasia nella trama di “E così per non morire”?
[Paolo Roversi]: Le cosiddette “clacson girls” erano prostitute che lavoravano in automobile, un fenomeno tipicamente milanese nato tra gli anni Sessanta e Settanta. Aspettavano i clienti ai bordi delle strade e si spostavano rapidamente con le loro utilitarie.
In quegli anni, diverse donne sole vennero assassinate a Milano e nell’hinterland.
Molti di quei delitti, avvenuti tra il 1963 e il 1976, non hanno mai avuto un colpevole e sono rimasti uno dei grandi misteri della cronaca nera italiana.
Mi ha sempre colpito il fatto che, nonostante fossero casi così gravi, oggi siano quasi dimenticati.
Per documentarmi ho letto gli articoli dell’epoca, consultato gli archivi dei quotidiani, studiato gli atti disponibili e ricostruito il contesto storico della Milano di quegli anni.
Mi interessava capire non solo gli omicidi, ma anche la città, il linguaggio, il lavoro degli investigatori e quello dei cronisti di nera.
Nel romanzo i delitti realmente avvenuti costituiscono il punto di partenza: le vittime sono esistite davvero, però ho cambiato i nomi per ragioni narrative.
Tutta la parte investigativa contemporanea, invece – i personaggi, il possibile collegamento tra i casi e la soluzione – appartengono alla mia fantasia.
Mi piace pensare che il romanzo non riscriva la storia, ma provi a immaginare una verità possibile laddove quella reale non è mai arrivata.
[FC]: “Dimmi perché. Perché gli uomini uccidono le donne. Io non riesco a capirlo.” Che risposta ti sei dato a questa cruda e triste domanda?
[PR]: Credo che non esista una risposta unica.
Sarebbe rassicurante poter attribuire tutto alla follia, ma purtroppo non è così.
Dietro molti femminicidi troviamo controllo, possesso, incapacità di accettare un rifiuto, fragilità trasformata in violenza.
È una dinamica che attraversa culture, età e classi sociali.
Scrivendo questo romanzo mi sono convinto ancora di più che il problema non sia soltanto criminale ma anche culturale; un uomo che considera una donna una proprietà, invece che una persona libera, ha già compiuto il primo passo verso la violenza.
La letteratura non può risolvere questo problema, ma può aiutare a raccontarlo senza semplificazioni.
[FC]: Che cos’è il principio di ripetizione comportamentale?
[PR]: È un concetto molto utilizzato in criminologia; in sostanza dice che gli esseri umani tendono a ripetere i comportamenti che hanno funzionato in passato.
Vale per tutti noi e vale anche per i criminali.
Naturalmente non significa che ogni delitto sarà identico al precedente, ma che certe abitudini, certe scelte e certe modalità operative tendono a ripresentarsi.
Per un profiler questi schemi sono preziosi perché permettono di leggere il comportamento dell’autore del reato e, talvolta, di anticiparne le mosse.
[FC]: Parliamo di Gaia Virgili: come è cambiata la tua protagonista nel corso dei quattro romanzi?
[PR]: Quando è comparsa per la prima volta, Gaia era soprattutto una professionista molto preparata, determinata a dimostrare il proprio valore.
Oggi è ancora tutto questo, ma è diventata più umana.
Ha imparato che non sempre si possono salvare tutti, che ogni indagine lascia delle ferite e che anche chi dà la caccia ai mostri rischia di portarsene dentro qualcuno.
In questi quattro romanzi è cresciuta come investigatrice, ma soprattutto come persona: ha imparato a fidarsi dei colleghi, ad assumersi responsabilità sempre maggiori e ad accettare che il dubbio, per un investigatore, non è una debolezza ma uno strumento di lavoro.
[FC]: Anche Milano è una protagonista dei tuoi romanzi.
Come è cambiata?
[PR]: Milano cambia continuamente ed è proprio questo che la rende così affascinante da raccontare.
Nei miei libri non è mai una semplice ambientazione, ma un personaggio.
In “E così per non morire” convivono addirittura due Milano: c’è quella degli anni Sessanta e Settanta – fatta di periferie, cronisti di nera, questure, automobili e nebbia. E c’è quella del 2020 – moderna, internazionale, attraversata dalle nuove paure e alla vigilia della pandemia.
La città cambia volto, ma conserva qualcosa di immutabile: la capacità di nascondere i propri segreti dietro una facciata efficiente.
È forse questo il motivo per cui continuo a tornarci romanzo dopo romanzo.
[FC]: Proviamo a fare un parallelo fra i protagonisti dei tuoi romanzi: Gaia Virgili, Enrico Radeschi e Luca Botero.
Ci sono fra loro somiglianze?
Possiamo immaginare un romanzo in cui si incontrano?
Ed inoltre: quali sono le difficoltà nello scrivere una serie?
[PR]: Gaia, Enrico e Luca sono tre personaggi molto diversi.
Gaia è una profiler, Radeschi è un giornalista hacker, Botero è un commissario vecchio stampo che risolve i casi soprattutto osservando e ragionando.
Eppure condividono una caratteristica fondamentale: sono curiosi. Nessuno dei tre si accontenta della prima spiegazione.
Continuano a fare domande quando gli altri si fermano.
Credo che sia proprio questa curiosità a renderli investigatori credibili.
Un loro incontro lo vedo impossibile, e non soltanto perché pubblico le serie con editori diversi ma soprattutto per incompatibilità caratteriale!
[FC]: Quali autori leggi di preferenza e quali suggerisci di non perdere?
[PR]: Leggo moltissimo, anche fuori dal genere crime; credo che uno scrittore debba nutrirsi di storie diverse.
Se parliamo di giallo e noir, continuo a tornare ai grandi classici: Arthur Conan Doyle, Agatha Christie, Georges Simenon, Ed McBain e Michael Connelly.
Tra gli italiani ho amato molto Giorgio Scerbanenco, che ha raccontato Milano come pochi altri, e naturalmente Andrea Camilleri, che ha dimostrato come un investigatore possa diventare parte dell’immaginario collettivo.
E poi c’è il mio preferito, americano, il più bravo di tutti: Don Winslow.
Federica Cervini e Thriller Café ringraziano Paolo Roversi per il tempo che ci ha dedicato.
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