Il signor Cardinaud – Georges Simenon
Etichettato con: Georges Simenon
Continua l’opera di pubblicazione/ripubblicazione delle opere di Georges Simenon a cura di Adelphi edizioni. Stavolta tocca a Il signor Cardinaud, pubblicato per la prima volta da Simenon nel 1942 e qui tradotto da Sergio Arecco.
Il signor Cardinaud racconta la storia di un uomo, Hubert Cardinaud, che con impegno e perseveranza ha raggiunto due tra i suoi obiettivi più grandi: sposare Marthe, la donna che ama da quando aveva quindici anni, e diventare un impiegato. Sì, proprio lui, il figlio del cestaio, è riuscito a raggiungere quell’ambita posizione di tranquillità che consente a ciascun uomo normale di godersi la domenica mattina, l’uscita, la chiacchierata con amici e conoscenti nella piazza del paese, con la sicurezza che il pranzo cucinato dalle amorevoli mani della moglie si concluderà serenamente col dolce preso in pasticceria sulla via del ritorno. Un bel giorno, però, davanti a Hubert Cardinaud si apre una di quelle voragini psicologiche che rischiano di portare un uomo alla disperazione: tornando a casa, scopre che non ci sarà nessun pranzo felice perché sua moglie, proprio quella Marthe da lui tanto amata, se n’è andata di casa con tutte le sue arie e con un perdigiorno. Come se non bastasse, pare proprio che in paese tutti lo sappiano e sulle loro facce Cardinaud può già leggere la sua fine. Ma ciò che non sanno, in paese, è che si sbagliano di grosso: Hubert Cardinaud non è per nulla propenso a piangersi addosso, tantomeno a rassegnarsi a perdere ciò che ha conquistato con amore e costanza. Si riprenderà Marthe e la sua vita, con la tenacia e la determinazione di chi crede che il bene trionfa sempre.
Con la partecipazione umana che gli è consueta, Georges Simenon ci racconta qui la storia e le tribolazioni di un uomo che non si arrende, per amore ed attaccamento alla vita, e che è disposto a rischiare tutto per un po’ di felicità, proprio come fanno le formiche che ostinatamente seguono la loro strada, scavano gallerie nascoste in attesa che arrivi, anche per loro, il momento propizio.
Vi lasciamo qui di seguito l’incipit del romanzo.
Era come un tappo di sughero in balìa della corrente. A testa alta, con il busto eretto, guardava fisso davanti a sé e ciò che vedeva si armonizzava intimamente con ciò che udiva e con ciò che provava: ricordi, pensieri, progetti.
Era contento, contento di essere la persona che era, di trovarsi lì, di quanto aveva fatto dal giorno della prima comunione, ricevuta in quella stessa chiesa, contento di quanto aveva fatto dal giorno del suo matrimonio – era un sabato, e quel sabato nella sola Notre-Dame-de-Bon-Port ne erano stati celebrati sette…
Pur senza chinare il capo o abbassare gli occhi, sapeva che suo figlio era accanto a lui, un ometto di tre anni, vestito alla marinara, che guardava fisso davanti a sé con lo stesso atteggiamento composto del padre.
Anche la gioia di Cardinaud era una gioia composta, così come lo erano il suono dell’organo, il profumo dell’incenso e il silenzio delle tantissime persone accalcate nella chiesa per assistere alla messa solenne della domenica.
Si segnavano, s’inginocchiavano, si rialzavano tutte insieme, oppure, chinando un po’ il capo, si battevano il petto. Alcuni, come Cardinaud, cantavano, confondendo la propria voce con le altre… Una voce che si scioglieva nell’onda sonora supportata dal basso continuo dell’organo.
« Agnus Dei, qui tollis peccata mundi… ».
Venti, trenta bambini, lassù, schierati, lo sguardo fisso sul messale, intonavano con un timbro di voce acutissimo:
« Agnus Dei, qui tollis peccata mundi… ».
Anche Cardinaud, un tempo, era stato uno di quei bambini, in quella medesima chiesa. Adesso era vestito di nero, come tutti gli uomini che conosceva, i parrocchiani che occupavano le prime file di banchi. Dietro si stipava la folla di quelli che venivano a Les Sables-d’Olonne solo d’estate, quelli per i quali la messa è un diversivo: donne con abiti fantasia, le unghie laccate e i piedi nudi infilati nei sandali, o giovani in maniche di camicia…
Lui vedeva tutto quanto senza voltarsi, vedeva e viveva in prima persona tutto quanto, gli andirivieni del decano e dei due diaconi davanti all’altare, i passettini precipitosi dei chierichetti vestiti di bianco e rosso, il tintinnio delle ampolle. Anche lui, da piccolo, aveva servito messa.
Il tempo, lo spazio, i gesti, tutto si concatenava, tutto concorreva a formare la compagine, rassicurante e limpida, di una bella domenica, la prima domenica dopo Pentecoste, la domenica della Trinità.
« In principio erat Verbum… ».
Le sue labbra accompagnavano il movimento di quelle del celebrante, e non occorreva che le parole latine avessero un senso preciso.
« Unigeniti a Patre, plenum gratiae et veritatis… « Deo gratias… ». Poco prima, sul pulpito, il decano dalle guance paonazze e dalla voce un poco tremolante aveva iniziato la predica con un versetto della Lettera ai Romani di san Paolo: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!…».
Uno stridore di cardini. Il sacrestano stava spalancando la porta maggiore. L’aria mutava natura, la luce diventava più violenta e i passi sul pavimento della chiesa davano l’impressione di una marea; l’organo andava a tutto spiano, le campane suonavano a distesa, mentre una piccola mano s’insinuava in quella di Cardinaud, la mano del figlio che rischiava di scomparire nella penombra delle gambe e delle gonne.
« Buongiorno, signor Mandine… ».
« Buongiorno, signora Béliard… ».
Nessuno dei presenti, trovandosi o in chiesa o sul sagrato, pronunciava le sillabe, ma si vedeva che tutti le articolavano mentalmente, inchinandosi appena con un pizzico di solennità domenicale.
Erano tutti soddisfatti. Le ragazze indossavano abiti bianchi, e nastri sui capelli, e sapevano di acqua di colonia. I ragazzi erano stati dal barbiere.
Sulla piazza della chiesa, di fronte al negozio di mobili, si andavano formando dei crocchi. La Charcuterie parisienne era chiusa. Un italiano con un piccolo carretto giallo vendeva gelati.
« Buongiorno, signor Cardinaud… ».
Lo salutavano non solo le persone del quartiere, che lo avevano conosciuto bambino o giovanotto, ma anche personaggi importanti come il notaio Bodet, il vicesindaco, il proprietario della fabbrica del ghiaccio, che possedeva un’auto scoperta, ora parcheggiata all’angolo di rue des Halles.
Il bambino incespicava.
« Guarda dove metti i piedi, Jean… ».
« Dove andiamo| ».
« A comprare un dolce… ».
Come ogni domenica mattina. Lentamente, con com postezza. Prima facevano il solito giro lungo il Remblai. Il mare era azzurro come il mantello della Vergine, i camerieri si affaccendavano intorno ai tavolini e, passando, si respirava un aroma di birra o di vermut.
« Buongiorno, signor Cardinaud… ».
In seguito… Insomma, da lì a qualche anno… Perché non avrebbe potuto anche lui farsi costruire una villa dalle parti della pineta, come ce l’avevano il signor Mandine e tanti altri|… In fin dei conti, il mare non doveva essere riservato solo ai villeggianti.
Continuava a camminare, come in processione, finché, con un gesto automatico, si sedette al tavolino di un caffè. Era quello che aveva l’orchestra migliore e il cui proprietario, passando, gli stringeva la mano.
« Tutto bene| E il nostro ometto|… Julien! Serva il signor Cardinaud… ».
Julien sapeva già che cosa doveva portare, un vermut per Cardinaud e un bicchierino di sciroppo di ribes per il bambino.
« Grazie, signor Cardinaud… ».
Delle barche, in lontananza. In mezzo alle onde che si frangevano vicino alla riva, in un biancore accecante, un formicolio di bagnanti. Un valzer. Un violino insistente.
Estrasse l’orologio dal taschino, un orologio d’oro, ma ancor prima di guardarlo sapeva con certezza che, secondo più secondo meno, erano le undici e mezzo”.
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