Alice Basso nasce nel 1979 a Milano e si laurea alla Scuola Normale Superiore di Pisa in Storia Contemporanea. Da circa quindici anni vive in Piemonte e attualmente risiede in un graziosa e medioevale cittadina lacustre in provincia di Torino. Dopo aver lavorato per anni, con diverse case editrici, come redattrice, traduttrice e valutatrice di proposte editoriali esordisce nel 2016 pubblicando il suo primo libro. Era L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome che dava vita al personaggio, che diverrà seriale, di Vani Sarca (all’anagrafe Silvana Sarca), una ghostwriter con il “pallino” per le indagini e le investigazioni. Le avventure di Vani Sarca proseguiranno in altri quattro romanzi/gialli che verranno tutti pubblicati da Garzanti e si svolgeranno in un arco temporale di circa un anno e cioè: Scrivere è un mestiere pericoloso (2016), Non ditelo allo scrittore (2017), La scrittrice del mistero (2018), Un caso speciale per la ghostwriter (2019).

Nel 2020 consegna ai suoi appassionati lettori, tristi in quanto orfani della loro tanto amata ghostwriter, Il morso della vipera che è un giallo storico ambientato nella Torino fascista del 1935 e la cui protagonista principale è una giovane ventenne di nome Anita Bo. Recensisco qui per voi, curiosi lettori di Thriller Café, il suo secondo romanzo della serie e cioè Il grido della rosa (Garzanti, 2021).

Siamo nuovamente a Torino nel 1935. Anita Bo, che avevamo conosciuto nel giallo precedente, figlia di Ottavio e Mariele (proprietari di una tabaccheria in Piazza Statuto) prosegue il suo lavoro come dattilografa alle Edizioni Monné. Lavoro questo che ha cercato, in fretta e furia, quando il suo fidanzato Corrado Leone (degli alimentari Leone non quelli delle pastiglie) le fa la fatidica proposta di matrimonio alla quale, per temporeggiare, lei risponde che prima ha intenzione di lavorare per circa 6 mesi e poi si sposerà. Il lavoro da dattilografa, all’inizio, non è di certo il massimo per Anita soprattutto perché per Monné «Anita dev’essere una sorta di costante presenza silenziosa e fantasmagorica di sottofondo, buona ad acquisire tridimensionalità solo quando a lui viene voglia di farsi preparare un surrogato di caffè». Ben presto, però, il sodalizio tra la giovane e avvenente dattilografa e Sebastiano Satta Ascona, l’anima letteraria di Saturnalia, va ben oltre il semplice rapporto tra “chi detta e chi batte a macchina”. Infatti i due non solo acquisiscono confidenza e complicità (confessandosi, ad esempio, reciprocamente il loro dissenso verso il regime) ma grazie ad un loro comune senso della giustizia e desiderio di far emergere la verità creano uno scrittore americano (che in realtà non esiste) il cui nome è J. D. Smith come escamotage per «raccontare le storie escluse dalla giustizia ufficiale e dai giornali, per portare alla luce soprusi che la legge non vuole punire, perché non passino totalmente sotto silenzio…».

Siamo ad agosto (dopo due mesi di lavoro di Anita alle Edizioni Monné) quando una giovane donna sordomuta, Gioia Bratti, viene trovata morta nel giardino della villa dei Conti Pazzaglia proprio mentre all’interno della stessa avviene il galà di ricevimento per annunciare l’adozione di un bimbo da parte del Conte e della Contessa. Il grazioso neonato esibito “quasi come un trofeo” davanti alla “Torino che conta” è Domenico, proprio il figlio di Gioia.

Come mai Gioia si trovava lì? È morta veramente scivolando dal cancello oppure la sua è tutt’altro che una morte accidentale? E cosa ha voluto rappresentare graficamente nel suo prezioso quaderno la giovane ragazza madre, che non potendo né parlare né scrivere, ha disegnato parecchi visi dove è ben in evidenza una specifica parte anatomica e cioè l’orecchio?

Da qualche giorno, al fine di battere la concorrenza del torinese Segre (detto Pitigrilli) che con la sua rivista “Le grandi firme” conquistava il pubblico femminile, anche Saturnalia cerca strategie per interessare le lettrici. Per cui i libri gialli americani tradotti diventano, per grande gioia di Anita, quelli che vedono delle detective donne come protagoniste, belle e avvenenti ma soprattutto non meno brave dei colleghi uomini e così un po’ per sua natura e un po’ ispirandosi a queste storie la fantasia della nostra dattilografa diventa di più ampio respiro e il suo fiuto indagatore la porterà, con l’ausilio prezziosissimo dell’amica fidata Clara, saggia, tranquilla e rassicurante, dell’ex professoressa Candida Fiorio e della new entry Diana a indagare non solo all’interno dell’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia) ma anche a fare sconvenienti incursioni in case di tolleranza per scoprire verità celate e situazioni illegali troppo spesso nascoste sotto il tappeto del decoro borghese. E come sempre avviene, per Anita, le domande, i sopralluoghi e le confidenze che riceve danno il via a una sorta di piano inclinato dove la pallina prende velocità fino a diventare inarrestabile… «Hai voglia a reprimere, trattenere, combattere. Le cose, quando devono succedere, succedono».

Il grido della rosa, che è il seguito de Il morso della vipera, vede la maturazione e il cambiamento sia di Anita che degli altri personaggi. Per quanto riguarda la protagonista la troviamo più arguta, più concreta, sempre più desiderosa di far prevalere la giustizia a tutti i costi e con un sempre maggior desiderio di emancipazione. Clara è invece un po’ più defilata (ma comunque interviene subito appena l’amica chiama), Sebastiano è qui un po’ più “incasinato” in problematiche familiari e Candida sempre più agguerrita nel combattere le storture e i soprusi del periodo storico. Anche ne Il grido della rosa un ruolo da protagonista ce l’ha il contesto storico, politico e culturale di quegli anni. Infatti troviamo Torino con il suo sabato fascista, le macchine di piazza verdi e nere, le regole dettate da monsù Cerutti che voleva le donne (ovviamente le popolane o al massimo le piccolo/medio borghesi perché appena un gradino sopra le regole erano diverse) non truccate, morigerate e modeste nell’abbigliamento e arrivava persino a dettar legge sui capelli «non devono essere à la garçonne come quelli delle scandalose flapper straniere del decennio precedente, insomma neanche troppo lunghi», e poi ci sono le case di tolleranza dove si spacciava per tutela e difesa delle donne quello che in realtà non era null’altro che mercificazione legalizzata del loro corpo e infine l’ONMI questo ente benefico che in apparenza tutelava le ragazze madri e i loro bambini ma in realtà forgiava le leve dei piccoli balilla…

Con una scrittura fresca e leggera, dinamica e ironica Alice Basso riesce a tessere trame, mai banali, quasi tutte al femminile che denunciano le sempre troppe disparità subite dalle donne in qualsiasi epoca e contesto storico ci troviamo e che ci fanno riflettere sul fatto che, cambiano le epoche e cambiano le situazioni, ma il percorso che le donne devono compiere per raggiungere la libertà, l’indipendenza, l’autonomia e la parità è purtroppo ancora lungo e tortuoso.

Una bella lettura che racconta, che insegna, che dà voce a chi ha sofferto e continua a soffrire ma che ci fa anche sorridere e divertire. E quindi se anche voi, come me, non vedete l’ora di ritrovare il nostro spirito libero, Anita Bo, per comprendere cosa succederà nella sua vita personale e per scoprire su quale nuova indagine si calerà “testa e cuore” non vi resta che mettervi in ascolto del  chioccare dei tasti della mitica e iconica Olivetti M40…

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Il grido della rosa
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Il grido della rosa
  • Basso, Alice (Author)