I ragazzi di Biloxi – John Grisham
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Oggi ho il privilegio di recensire, per gli avventori del Thriller Café, l’ultimo romanzo di John Grisham: “I ragazzi di Biloxi”, pubblicato da Mondadori (traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe). Dico privilegio perché John Grisham è un maestro assoluto del legal thriller, autore di numerosi capolavori, molti dei quali hanno avuto una trasposizione cinematografica altrettanto importante. Mi aspettavo quindi il solito “caso” che Grisham avrebbe perfettamente analizzato, drammatizzato e rappresentato con la sua usuale maestria. Ma “I ragazzi di Biloxi” è invece un romanzo molto particolare, che ci presenta un Grisham differente. Non c’è un singolo caso, ma il racconto di una vicenda che si protrae nei decenni e rappresenta quasi un affresco generazionale di due famiglie immigrate di origine croata che si trasferiscono all’inizio del Novecento lungo la costa del Mississippi nel Golfo del Messico.
Le due famiglie sono i Malokovic e i Rudic, americanizzate in poco tempo in Malco e Rudy. Grisham vuole seguire in particolare la vita di Hugh Malco e Keith Rudy, amici di infanzia, compagni di squadra nella locale rappresentativa di baseball. Sono i nipoti degli immigrati originari, arrivati per lavorare nella locale industria della pesca e della trasformazione dei crostacei pescati nel Golfo, un fenomeno storico reale, del quale l’autore ci dà un quadro molto puntuale e ben fatto. Ben presto però le traiettorie delle due famiglie divergono. Mentre il padre di Hugh, Lance Malco, diventa un boss locale della Dixie Mafia, Jesse Rudy, padre di Keith, sceglie la carriera di procuratore. I due amici si ritrovano così su sponde opposte e tutto il romanzo di Grisham è il racconto di come i due si relazionano nel corso della loro vita.
Ci sono quindi diversi “generi” che si mescolano in questo nuovo romanzo di Grisham, che è un po’ romanzo storico, un po’ gangster story, un po’ una saga familiare che ricorda l’ultimo Dan Winslow. Il tutto tenuto insieme da una serie di episodi processuali che in un certo qual modo ci ricollegano alle pagine più note e abituali dell’autore. Come primo commento, vi dico che in questa specie di metamorfosi c’è un qualcosa che si guadagna e qualcosa che si perde. Si scopre la capacità di Grisham di essere un “tessitore di tele”. I suoi quadri che descrivono i diversi mondi che fanno da sfondo all’opera sono decisamente riusciti (a ben vedere qualcosa traspariva già dai suoi romanzi precedenti), a cominciare dai paesaggi naturali e sociali del “suo” Mississippi. Si perde però il ritmo incalzante che era proprio del singolo caso. La cronaca giudiziaria assume un ruolo diverso, più storico e meno vivo e questo diluisce un po’ la suspense, che riaffiora in modo importante solo nella parte finale.
Credo che il motivo principale per cui Grisham abbia scelto di fare questo passaggio sia quello di fare una riflessione profonda su alcuni temi fondanti delle sue narrazioni. In estrema sintesi si potrebbe dire che l’autore vuole mostrare come gli esseri umani vulnerabili, precari e limitati affrontano in concreto i grandi temi come la giustizia, l’etica, la morte. Temi che sicuramente trasparivano anche nelle sue opere precedenti, ma che qui trovano una sistemazione concettuale. C’è anche a mio parere una riflessione sulle sue esperienze di vita, a cominciare dalla politica, qui trattata tutto sommato con grazia e rispetto (John Grisham è stato e in parte lo è ancora, un esponente di punta del Partito Democratico del Mississippi). Insomma, una sorta di bilancio delle proprie esperienze di vita, che ognuno di noi fa prima o poi, specie in età un po’ avanzata.
Ma immagino che voi vogliate anche sapere se questo “tentativo” di narrazione differente è riuscito o meno. Io, da fan accanito di Grisham, vi rispondo che, pur con qualche punto debole, la risposta è positiva. Forse c’è meno adrenalina che in altri romanzi, ma c’è più grazia e delicatezza, potrei dire a tratti anche un po’ di poesia, se non fosse un termine un tantino abusato. E c’è il tentativo di vedere i fatti su una scala più lunga, che per un mondo che divora tutto alla velocità della luce, credetemi, non fa mai male.
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