Esce in italiano per la prima volta, per Einaudi, un romanzo di Chris Whitaker, autore inglese di enorme successo nel suo paese. Si tratta de “I confini del cielo”, vincitore del Gold Dagger Award nel 2021, il premio assegnato dall’Associazione britannica degli scrittori di crime. La bella traduzione è a cura di Gianni Pannofino e vale la pena citare il titolo originale: We begin at the end, letteralmente in italiano “cominciamo dalla fine”. Vale la pena di citarlo perché ci ricorda una delle cose preziose che ci portiamo a casa da questa storia: tutti i nostri atti hanno una conseguenza e scatenano una serie di eventi e quindi, in una certa misura, noi siamo tutto quello che abbiamo fatto nel passato.
Vincent King ha scontato trent’anni di prigione. Ha sulla coscienza la morte di una bambina, Sissy, che ha sconvolto la vita del tranquillo paesino di Cape Haven, che si affaccia sulle coste rocciose della California. Star, sorella maggiore di Sissy ed ex ragazza di Vincent, ha dovuto fare i conti con la distruzione progressiva della sua famiglia e deve crescere da sola i due figli, Duchess e Robin di 13 e 6 anni. Walk, il migliore amico di Vincent, è anche lo sceriffo del paesino e sa che il ritorno di Vincent non potrà lasciare Cape Haven indifferente, anche se non si immagina la catena di conseguenze che questa comparsa sarà in grado di suscitare. Sarà proprio dal fatto che Star e Vincent cominceranno a rivedersi che nasceranno una serie di problemi. Duchess infatti vede in Vincent colui che ha fatto a pezzi la sua famiglia e da fuorilegge, come si autodefinisce, non accetterà pazientemente il corso degli eventi.
Partiamo da una considerazione inevitabile che nasce al termine della lettura di questo romanzo. Abbiamo a che fare con un piccolo capolavoro. Vi assicuro che uso questo vocabolo con parsimonia, ma tutto in questa storia funziona a meraviglia. L’ambientazione è il West degli Stati Uniti. C’è il piccolo paesino di Cape Haven, meta di villeggiatura, dipinto, più che descritto, con grazia e delicatezza. C’è anche però il West dei cowboys, dei pionieri, delle pistole e dei fucili. Quello che ispira la fuorilegge Duchess Day Radley, che si è nutrita di quei miti, Jesse James e Billy the Kid. Perché questo, oltre a essere un noir mozzafiato, è anche un romanzo della frontiera, una road novel attraverso la natura selvaggia dell’Ovest degli Stati Uniti. Non è un caso che, tra i suoi autori preferiti, Whitaker citi Cormack McCarthy. I grandi spazi vuoti americani sono costantemente presenti nelle vicende di questa storia.
“I confini del cielo” è una storia di grandi sentimenti. Amicizia, amore filiale e familiare, sentimenti, cura e affetto per gli animali, ma anche odio, risentimento e soprattutto vendetta (sicuramente sarà un mio pallino, ma molte volte ho visto in Duchess la Uma Thurman di Kill Bill), oppure giustizia, a seconda di quale sia il punto di osservazione (c’è anche un po’ di legal thriller, non a caso Grisham è anch’esso nella top ten di Whitaker). Emozioni forti, che trascinano i personaggi e il lettore. Nulla in questo romanzo è giocato sul fine dettaglio analitico e razionale, ma tutto è dipinto a colori sgargianti, il verde delle praterie e il rosso del sangue.
La prosa e lo stile di Whitaker sono molto personali. Non c’è dettaglio, non ci sono particolari, ma, se mi passate la metafora, il quadro è dipinto per grosse pennellate. I dialoghi sono abbastanza scarni e senza troppe parole, perché lo sono i rudi personaggi di questa vicenda. L’effetto è estremamente efficace e produce una narrazione asciutta e tagliente, che a tratti ricorda i cinici eroi dell’hard boiled alla Ellroy (anche qui West Coast). Un’ultima notazione, d’obbligo. “I confini del cielo” è anche un romanzo sull’infanzia e l’adolescenza ed è una storia che trasforma, nel bene e nel male, i bambini in protagonisti. Lo fa con uno sguardo insieme delicato e struggente, ma rigoroso e senza indulgere in facili melodrammi. Questo romanzo riconsegna loro la dignità che troppo spesso i nostri stili di vita calpestano.
Segnatevi anche per questo Chris Whitaker, ne sentiremo ancora parlare.
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