Questo potrebbe essere definito il romanzo delle prospettive. Lo si intuisce sin dall’epigrafe che, citando Il Principe di Machiavelli, suggerisce al cartografo di collocarsi in pianura quando osserva la natura dei monti, e viceversa in luoghi più alti quando studia le pianure.

Ce lo si riconferma più volte, nel corso della narrazione, non solo perché ambientata nei luoghi dove visse ed operò un principe della prospettiva, quale l’architetto Andrea Palladio, ma soprattutto perché celebra con maestria uno dei caposaldi della scrittura, anche di quella gialla: il punto di vista.

La vicenda parte da un duplice omicidio che all’apparenza sembra opera di una stessa mano, o comunque frutto di un medesimo movente. Muoiono un piacente e screanzato architetto con mansioni anche pubbliche ed una fotografa allegrotta, sposata ma gaudente, e pare che tra costoro, legati da viluppi professionali, intercorrano anche avviluppi di tipo personale.

Riccardo Molinari e Nicoletta Segafredo, prima di diventar cadaveri, incontrano una guida turistica – Giulia Sigismondi – laureata con tesi su un soggetto che ai due interessa in modo particolare: i disegni teatrali del Palladio, scomparsi dalla scena artistica italiana e probabilmente trafugati all’estero.

La pista che Umberto Matino offre al lettore è già chiara sin dai primi paragrafi (definiti “scene”, in omaggio al tema), ma lo sviluppo è tutt’altro che piano, soprattutto perché nel breve volgere di poche pagine si devono registrare altre due morti violente: un antiquario patavino e l’usciere della villa ove rinvenuto il cadavere della Segafredo, la notissima Rotonda del Palladio.

Ad investigare saranno i Carabinieri di Schio, comandati dal maresciallo maggiore Giovanni Piconese (già in odore di ennesimo trasferimento), competenti per territorio circa il ritrovamento del corpo del Molinari, e la Questura di Vicenza quale polizia giudiziaria delegata dal Pm dott Scalabrini. In perfetta armonia. Fuori dallo stereotipo della competizione, le due squadre lavorano in parallelo ed anzi, si completano e si sostengono soprattutto alla fine della narrazione quando, in ragione del luogo dell’omicidio dell’antiquario, l’inchiesta deve passare a Padova.

Perché recensire questo romanzo?

Perché è un unicum del genere.

E’ ambientato negli anni ’80, per cui il metodo investigativo seguito non può che essere quello tradizionale: nessuna tecnologia, nessun ausilio moderno. Si usano telefoni a gettoni e si lasciano messaggi al centralino. Il medico legale invia per posta la relazione autoptica. Le foto si recuperano dai rullini. Quindi difficoltà maggiori per l’autore che tesse una trama sofisticata, dai continui rimandi alla storia di Palladio e delle sue opere, senza aiutare i suoi investigatori con strumenti oggi a noi talmente consueti da non venir neppure più considerati: le ricerche storiche qui si fanno in biblioteca, non su Google.

E qui sta la generosità dell’autore (e della sua casa editrice): il volume è impreziosito di moltissime immagini di ville palladiane, di piante e disegni, di ritratti dei personaggi storici vicini all’artista e probabilmente coinvolti nella sparizione di tanti disegni originali dell’architetto, dagli italiani agli inglesi sino agli olandesi. Nomi noti come quelli dei fratelli Barbaro (committenti della spettacolare villa di Maser), di Thomas Howard conte d’Arundel e sua moglie Alethea Talbot, collezionisti e promotori, di William Petty (l’avventuriero) spesso in competizione coi sui pari Balthazar Gerbier e Daniel Nijs, al servizio invece del Duca di Buckingham.

Invece che confonderci le idee, Matino fa di tutto per chiarirci ogni dubbio. Ci porta per mano verso la soluzione come un papà generoso che condivide la sua erudizione a passeggio coi figli, in modo garbato, mai altezzoso. E la cultura di questo autore è davvero vasta e poliedrica, spaziando dalle storie palladiane a quelle dei cimbri, che abitarono le zone e che vi hanno lasciato una vasta tradizione culturale ed umana. E il betacismo.

Ma Umberto è anche lo scrittore della semplicità. I suoi personaggi, soprattutto quelli che vestono la divisa, sono disarmanti per quanto sono “umani”. Soffrono di insonnia da adrenalina del caso, oppure da sensi di inferiorità (il brigadiere Giacomo Zanella, a dispetto del nome, è un timido che teme di essere illetterato). Temono di dover confessare alla moglie l’ennesimo trasloco. Traccheggiano con le autorità superiori facendo finta di assecondarle per poi tornare a lavorare esattamente come sanno fare.

Insomma, una storia veneta ma di ampio respiro, con divertentissime perle in dialetto (“Xe un po’ erto” per significare una salita quasi verticale, e “Mi me ne ciavo” per manifestare disinteresse…), aneddotica locale e alcuni puntini sugli i che mi hanno estasiato. Uno per tutti. Pag 295: Halloween deriva da “All hallows eve”, che significa Vigilia di Ognissanti. Non si sono inventati proprio niente, là in America.

Si diceva delle prospettive: in Giallo Palladio il punto di vista dei personaggi è vario, e muta nel corso del romanzo, ma l’attività investigativa resta “simile al processo di costruzione di una casa. Nel cantiere bisogna far confluire, in modo armonico e funzionale, tanti materiali tra loro differenti (…) nel realizzare la casa ci si basa però su un progetto, cioè su dei disegni che fanno da guida al costruttore. Nelle indagini la trama sottesa, il progetto criminale, diventa visibile e chiaro agli investigatori solo quando l’inchiesta si conclude (…)”.

Buona lettura… ciò!

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Giallo Palladio
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Giallo Palladio
  • Matino, Umberto (Autore)