Vite al limite, tensione massima, racconti folgoranti. La raccolta delle migliori short stories del grande James Lee Burke è spaziale fin dal titolo, Gesù dell’uragano e altre storie, edito da Jimenez Edizioni. Anche chi non amasse molto i racconti sono sicura si ricrederebbe!

“Mi sdraio sulla schiena, con la nuca appoggiata al colmo del tetto, piccole onde mi avvolgono i lombi e il petto come una coperta calda. Non penso più alle sostanze chimiche e petrolifere e alle feci e alle parti umane che l’acqua può contenere. Ricordo a me stesso che veniamo tutti dal brodo primordiale e che non c’è niente nella composizione della terra che dovrebbe sembrarci strano o sgradevole” (Gesù dell’uragano)

Impetuosa o dolente, brodo primordiale che tutto genera o uragano che tutto distrugge, l’acqua reclama la scena fin dal titolo, con la possente simbologia che richiama. Acqua che dà la vita o che la toglie, che accoglie le vite di chi, stremato, cerca rifugio estremo tra i flutti, acqua che monda i peccati o che disseta i malcapitati.

Burke si muove tra le interlinee come un rabdomante e i suoi sforzi sono ripagati. I suoi personaggi sono al contempo ordinari ed estremi, pronti a spiccare il volo letterario nel momento in cui il fluire della coscienza li porta a oltrepassare il proprio limite. È quel momento che ho cercato di evidenziare con le citazioni che di seguito riporto per ognuno degli undici racconti, scritti in un arco di tempo ampio (da Texas City, 1947, apparso su The Southern Review nel 1991, a La notte in cui Johnny Ace morì, pubblicato su Esquire nel 2007).

Tra tutti, ruba la scena per potenza Gesù nell’uragano, scritto all’indomani del devastante uragano Katrina che causò più di 1800 morti a New Orleans nel 2005.

Non solo acqua che gorgoglia e imperversa, però, ma anche altri temi vengono esplicitati da Burke, a cominciare dalla politica: (“Lui è stato in guerra o qualcosa del genere?” chiese lei. “No, e nemmeno Ronald Reagan. Senti, Gretchen, è importante che tu lo capisca. Uomini di questo genere interpretano la propria vita commisurandola alle sofferenze altrui.” – Luce d’inverno) fino alle diseguaglianze razziali (Mio fratello è un alcolizzato e ha ucciso un bambino con la macchina, poi è scappato. Ma probabilmente non lo manderanno in prigione perché il bambino era un negro. Texas City, 1947).

Per conoscere meglio James Lee Burke e le sue opere, vi rimando alla sua biografia, scritta dal nostro Alessandro Bullo.

E ora, godetevi il “punto di rottura” dei personaggi chiave dei racconti.

Impossibile non voler proseguire la lettura.

Luce d’inverno

Avete mai pensato, voialtri, a una stagione di caccia agli esseri umani? Potreste creare delle grandi aree di riserva, delimitate da recinzioni elettriche, in cui tutti voi potreste entrare e darvi la caccia a vicenda per, diciamo, tre o quattro giorni alla volta. Spargere sangue, cervelli e capelli su tutti i cespugli e spassarvela. Solo che non sarebbe uno sport vero e proprio, perché anche le prede avrebbero delle armi. Che ne pensi, Waldo?

Il villaggio

“Devi considerare il quadro generale per capire il mio problema. Siamo in mezzo alle montagne, senza nessuno che possa vedere quello che succede. Può essere una grande tentazione. Al centro del villaggio c’è questa chiesa intonacata con tre piccoli campanili. Il prete sembra una chiazza di vernice nera rovesciata sui gradini. Le strade sono in tutte la direzione, come i raggi di una ruota, e i ragazzi che hanno sparato al prete sono spaventati e attaccano a sparare a chiunque si trovi in vista. Prima che me ne renda conto, fanno fuori tutti i raggi, nel cuore del villaggio, il tendone del circo va a fuoco, e io sono solo un cazzo di uomo.”

La notte in cui Johnny Ace morì è stata pubblicata su Esquire (2007)

“Non sono qui per accusare nessuno. Ti sto solo spiegando come stanno le cose, Cool Daddy. Johnny era mio amico, ma non so cosa sia successo in quel camerino” disse Eddy Ray. “Lo abbiamo già detto alla polizia. ora lo sto dicendo a te. Siamo stati scaricati da tutto il Sud”. “Mi dispiace. La vita è una merda, poi si muore, giusto?”

Gente d’acqua

“A volte le persone devono fare delle brutte cose in guerra” dissi. “Mi ero quasi convinto che non fossero umani. Poi ho visto quella gente cadere dalle scogliere a Saipan. Le donne lanciavano per primi i bambini, poi saltavano anche loro, proprio dalla sommità delle rocce, per quanto erano spaventati da noi. La stessa acqua si avvolge tutto intorno alla terra, non è così? Potresti guidare questa barca da qui a Saipan, se volessi.” “Io dico che non devi soffrire per questo. Io dico lascia che ci pensi la chiesa, Skeeter”.

Texas City, 1947 è apparsa su The Southern Review (1991)

Poi scorsi la mano grossa e squadrata di mio padre alzarsi in aria, la vidi abbattersi con forza contro un lato del visto di mia madre, udii il suono del suo pianto, mentre cercavo di mettermi davanti il campo visivo di Drew tenendo lei e il suo gatto vicino a me, tenendo noi tre stretti l’uno all’altro al di fuori del suono del pianto ininterrotto di mia madre. Tre ore più tardi, l’auto di lei sfondò la ringhiera del ponte sul fiume Atchafalaya. Quella notte sognai che un’enorme bolla marrone si sollevava dal relitto sommerso, e quando scoppiava in superficie, il respiro annegato di lei si attaccava alla mia faccia, umido e rancido come il gas esalato da una tomba.

Foschia

Lisa non ce la fa più. “Mio marito è stato ucciso a nordi di Bagdad. Lo so che dovrei lavorare sull’accettazione, ma è difficile” sbotta, senza presentarsi per nome né identificarsi come un’alcolista o una tossicodipendente. “Ho ventisette giorni. Ma inizio a pensare a Gerald e a come è morto e a come doveva essere prima che lo rispedissero a casa, e mi vengono dei pensieri veramente brutti. Tipo procurarmi un po’ di coca, non tanta, giusto un po’. Come se fossi in grado di gestirla. Sto dicendo queste cose perché la mia sponsor dice che devo essere sincera”.

La stagione del rimpianto

Con gli occhi della mente, Albert vede tutti gli anni della sua gioventù ridotti a una serie di righe dattiloscritte su un foglio di carta di bassa qualità. Vede la carta che viene consumata da una luce incandescente che fa un buco nella cellulosa, si arricci intorno alle parole scritte a macchina, rilascia immagini che pensava di avere affrontato anni fa, ma in realtà non lo ha fatto. Tra il fumo e le fiamme vede un tratto di strada nera bagnata dalla pioggia e l’auto di suo padre incastrata sotto il rimorchio di un camion, vede incombere sopra di sé le cosce nude e ricoperte di peli di un ex guardia di Angola; vede la faccia tagliata con l’accetta di un boia di stato, uno stuzzicadenti in bocca, gli occhi capricciosamente fissi su Albert, come se fosse Albert a non essere in sintonia con il mondo e non l’uomo che stringe le cinghie di cuoio attorno ai polsi e ai polpacci del condannato. Albert sposta il mirino sul petto dell’uomo con la barba rossa e, proprio mentre un fulmine spacca a metà un altissimo pino ponderosa, preme il grilletto.

Il molestatore

Tenni la matita stretta tra i denti mentre parlavo. È il padre di Mary Jo Scarlotti?” dissi. “Sono suo zio. Chi parla?” disse la voce. “Un uomo di nome Frank Wallace dà fastidio ai bambini al parco.  Ha dato lezioni di nuoto a Mary Ho al suo appartamento. Perché voialtri non vi svegliate e fate qualcosa?” dissi, e riattaccai, col cuore che mi batteva a mille. Un anno dopo i comunisti attraversarono il trentottesimo parallelo fino alla Corea e il senatore Joseph McCarthy e i suoi amici ci insegnarono ad avere paura gli uni degli altri.

Il rogo della bandiera

Poi dentro di me avvenne un fatto singolare. Come le storie che avevo sentito alla radio di un soldato che scavalca un parapetto e si lancia contro una mitragliatrice giapponese o un aviatore che si lancia senza paracadute dal suo aereo in fiamme, mi arresi al mio destino e attraversai il cortile dei Dunlop fino alla veranda sul retro. Con le mani che mi tremavano, staccai l’asta della bandiera dal palo di legno, con il chiodo che venne via con lo stesso schiocco di un cardine arrugginito, e camminai rapidamente tra il garage dei Dunlop e quello del vicino, fino alla mia bicicletta, arrotolando la bandiera alla sua asta, sperando di averla recuperata intatta.

Perché Bugsy Siegel era amico mio

“Dovresti essere all’area giochi, Charlie” disse. “Ho detto a Benny Siegel quello che le ha fatto il signor Dunlop. Ha promesso di aiutarci. Ma ieri sera non si è fatto vedere” dissi. “Di che stai parlando?” “Benny è un gangster. Nick e io gli abbiamo insegnato dei trucchetti con lo yo-yo. Ha costruito un casinò nel Nevada”.  

Gesù dell’uragano

Tony si portò il Vietnam a New Orleans e se lo trascinava dietro ovunque andasse. Avrei voluto non fosse stato devastato dalla guerra e avrei voluto che non fosse diventato un criminale, anche. era un bravo ragazzo e aveva un cuore d’oro. Così come Miles. Per questo eravamo amici. In qualche modo, quando stavamo insieme, ci sentivamo immortali.

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Gesù dell'uragano e altre storie
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Gesù dell'uragano e altre storie
  • Burke, James Lee (Autore)