Cari thrilleristi anonimi, eccoci di nuovo al bancone del Thriller Café. Questa volta vi parliamo di Fuga, un best-seller dello scrittore americano Harlan Corben pubblicato in Italia da Longanesi.
Come sempre, iniziamo con la trama. Simon Greene ha avuto molto dalla vita: un lavoro da broker della finanza che lo ha reso ricco, una moglie stupenda, una casa in un quartiere residenziale di New York e una bella famiglia. Oggi, però deve affrontare uno dei drammi più terribili che possano accadere a un padre: sua figlia Paige è una tossica. Quella che incontra a Central Park, intenta a massacrare le canzoni di John Lennon con una chitarra scordata, è l’ombra della studentessa del college di cui andava così fiero. A portarla sulla famosa “cattiva strada” è stato il suo compagno Aaron. Simon incontra anche lui in quel parco, e non riuscirà a trattenersi…
Elena Ramirez, invece, è una detective privata, cammina male per una vecchia ferita, ma il dolore più grande lo nasconde nel cuore. Il suo nuovo cliente ha un gessato e una pettinatura che sembrano uscite dalla Wall Street degli anni ’80. Anche lui ha perso un figlio, ma il suo è proprio svanito nel nulla.
E poi ci sono due assassini, Ash e Dee Dee, che viaggiano negli Stati Uniti lasciandosi dietro una scia di morti, tutti uccisi in modi diversi. Ma perché?
Harlan Corben non ha certo bisogno di presentazioni. Classe 1962, è uno degli autori thriller più noti del momento. Tra le altre cose, è sua la sceneggiatura della serie Safe, disponibile su Netflix. A quanto pare è anche lo scrittore preferito di Bruce Springsteen.
Il romanzo mi ha stupito. Vi confesso che non amo i drammi familiari che parlano di droga, forse perché non essendo né padre, né eroinomane non so bene per chi tifare. Così, quando il nostro barman me l’ha proposto ho storto un po’ il naso. In fondo, però, se uno è lo scrittore preferito di “The Boss” Springsteen un motivo ci deve pur essere, e così mi sono lasciato incuriosire e ho iniziato a leggere.
Non sono rimasto deluso, anzi. Corben si è rivelato quello che tutti dicono: un maestro dell’intreccio. Le tre storie, all’inizio, sembrano completamente slegate eppure convergono progressivamente con un fuoco di fila di svolte inaspettate. Il libro ha un’architettura complessa e coerente malgrado il susseguirsi di colpi di scena che lasciano il lettore a bocca aperta.
Oltre alla storia in sé, ci sono anche altri spunti. L’autore intende gettare uno sguardo inquietante sul mondo della tossicodipendenza, ma c’è anche un labirinto di segreti, bugie e rivelazioni che mi hanno fatto tornare in mente “Eyes wide shut” di Stanley Kubrik, per le insidie che si celano sotto la superficie di relazioni familiari apparentemente impeccabili.
Quello che non mi ha convinto del tutto è lo stile di scrittura che, malgrado notevoli esercizi di introspezione psicologica, mi è sembrato piuttosto freddo e asettico. Non so dire se dipenda dallo scrittore o più semplicemente dalla sua traduzione in Italiano.
Nel complesso, comunque, si tratta di un bel thriller, forse non indimenticabile ma sicuramente difficile da abbandonare sul comodino prima di aver letto l’ultima pagina.
Buona lettura!
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