Falsa Testimonianza – Karin Slaughter
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Credo sia capitato a tutti di vivere un’esperienza di vita che ci riporta, improvvisamente, indietro nel tempo. E riapre nella nostra memoria eventi che avevamo, più o meno volontariamente, sepolto. Questo è quello che avviene all’inizio di “Falsa Testimonianza”, ventunesimo romanzo della scrittrice americana Karin Slaughter, uscito di recente per HarperCollins Italia con la traduzione di Anna Ricci. Con la particolarità che, in questo caso, l’evento che ritorna a galla dal passato è un evento di sangue, mai venuto alla luce in precedenza e che ha coinvolto la protagonista del romanzo, Harleigh (Leigh) Collier, brillante avvocatessa di successo di Atlanta.
La scintilla che riaccende il fuoco della memoria è la comparsa di un nuovo cliente per Leigh, Andrew Tenant, accusato di essere uno stupratore seriale. Sarà infatti dall’analisi del caso in questione, che Leigh vedrà lentamente tornare alla luce l’episodio del passato che l’aveva coinvolta insieme alla sorella Calliope (Callie). Prosegue così, in parallelo, la storia che ci ha consegnato la Slaughter, in un’alternanza di episodi tra presente e passato, fino a svelare per intero tutto il torbido che era avvenuto nell’adolescenza delle due sorelle e che in una certa misura ora Leigh si troverà costretta a rivivere in tribunale, difendendo il proprio cliente.
In questa tensione, tra quello che era Leigh nel passato e quello che invece è oggi, si sviluppa l’intreccio del romanzo. Fino all’epilogo, che riuscirà, in una certa misura, a risolvere in un solo colpo le questioni di oggi e quelle di ieri, riunendo in un unico quadro finale la vicenda di Leigh e Callie.
In questo romanzo ben costruito dalla scrittrice americana, c’è però molto di più del tipico intreccio thriller, con tanto di indagini, tribunali e veri o presunti colpevoli. C’è la comparsa del Covid come vero e proprio protagonista del romanzo. I personaggi, ovviamente per la parte che riguarda il presente, si muovono sullo sfondo e nel contesto della pandemia, con tutto ciò che implica in termini di relazioni, cambiamento delle modalità di vita e forte pressione dal punto di vista psicologico. Leigh e Callie si sono contagiate e ne sono uscite in modo non facile.
C’è anche, in parte legata al Covid, ma anche nelle vicende ambientate nel passato, una forte denuncia sociale. La difficoltà per i meno abbienti, come Leigh e Callie che arrivano dai bassifondi di Atlanta, non solo a guadagnarsi una posizione sociale accettabile, ma addirittura a sopravvivere, tra una sanità inaccessibile, un lavoro difficile da conquistare e la possibilità di studiare così alla portata dei ricchi, ma quasi inaccessibile ai poveri. Compare anche, già trattato dalla Slaughter in sue opere precedenti (come “L’orlo del baratro”), un richiamo alle questioni di genere e al #metoo.
Tutto questo, sullo sfondo di una bella storia di “sorellanza” che lega Leigh e Callie, con la grande capacità di analizzare le psicologie dei suoi personaggi e di trattare temi difficili da esplorare senza essere banali, come le dipendenze (Callie è tossicodipendente da anni), il dolore delle separazioni, l’affetto per gli animali, trattati dalla Slaughter con grazia e delicatezza e tradotti molto bene dalla Ricci.
Ma più di tutto, quello che mi ha colpito e che vi consiglio di leggere con attenzione è la lettera che Karin Slaughter indirizza ai propri lettori a fine romanzo. Una lucida, commossa e per certi versi spietata analisi della nostra società in epoca Covid. Un modo per capire come la via che abbiamo scelto per affrontare la pandemia ci parla di noi in generale. Della nostra forza, ma anche dei nostri mali, dei nostri pregiudizi, delle nostre paure e di come, con poco, potremmo essere migliori. Un contributo tra i più belli che mi sia mai capitato di leggere sulla pandemia e che conserverò con cura.
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