A un anno dall’esordio dell’ispettrice Frambelli, ecco che Marina Bertamoni propone la seconda indagine di questo personaggio con Dieci parole per uccidere, pubblicato come il precedente da Fratelli Frilli Editori.
E come la media delle opere della casa editrice genovese, anche in Dieci parole per uccidere riveste grande importanza il dato regionale/provinciale e il territorio, in questo caso la città di Lodi e dintorni.
Il territorio è importante anche per l’autrice: Marina Bertamoni, infatti, ama definirsi “donna di pianura” e predilige la nebbia, la pianura padana e il freddo. Elementi che ricorrono anche nelle sue opere, traendo forza descrittiva dall’esperienza della scrittrice.
Marina Bertamoni, milanese classe 1961, è laureata in Scienze Geologiche e, pur impegnata da decenni con un lavoro per una multinazionale energetica, ha sempre trovato tempo ed energia sia per la lettura che, più avanti, per la scrittura.
E la scrittura ha già riservato parecchie soddisfazioni a questa autrice, che nel 2008 si è aggiudicata il premio Nero Wolfe e che, dopo una importante gavetta fatta di vari racconti, molti segnalati o vincitori di concorsi, è finalmente approdata alla forma romanzo nel 2014 con Camping Soleil.
La passione per il giallo, il noir e il thriller informa gran parte della produzione dell’autrice milanese e ha trovato per ora il suo apice con Chi muore giace, apparso nel 2017 a cura di Fratelli Frilli e nel quale ha saputo delineare con efficacia personaggi e situazioni che ora tornano, ancora più dettagliati e convincenti, nel presente Dieci parole per uccidere, del quale vi esponiamo alcuni elementi di trama.
Il 19 gennaio, giorno di San Bassiano, Lodi si sveglia sotto un’abbondante nevicata che minaccia di rovinare i preparativi della festa dedicata al patrono cittadino. Ma ben presto questo diventa un problema minore perché si scoprirà che durante la notte qualcuno è penetrato nella villa di un noto imprenditore del posto, ben protetta e teoricamente a prova di ladro.
L’uomo e la moglie sono stati prima torturati in modo barbaro e quindi uccisi e, visto che già in precedenza nella zona avevano agito alcune bande di extracomunitari, l’opinione pubblica trova facilmente l’ideale colpevole del terribile gesto.
L’ispettrice Luce Frambelli però non è convinta e non cerca capri espiatori: alcuni particolari sembrano contrastare con l’idea che siano stati alcuni stranieri e Luce decide di battere ogni pista possibile e indagare a 360 gradi, evitando di chiudere il caso in fretta.
La sua ostinatezza incontra però la resistenza del magistrato inquirente Rufillo, che guarda a una carriera politica e tenderebbe quindi a soddisfare il razzismo latente di molti cittadini, il tutto mentre il Vicequestore Binaschi sembra sempre meno coinvolto negli eventi, distante e noncurante.
L’ispettrice Frambelli dovrà quindi affrontare con estrema calma e lucidità sia le difficoltà oggettive dell’indagine che l’ostilità di parte della popolazione di Lodi, vittima di pregiudizi nei confronti dell’altro e dello sconosciuto.
Per darvi un assaggio delle capacità di Marina Bertamoni e dello stile che impiega, eccovi l’incipit di Dieci parole per uccidere:
Il primo fiocco cade alle 23:59 del 18 gennaio.
Scende mulinando, in una spirale che diviene sempre più ampia, man mano che il cristallo di ghiaccio s’avvicina all’acciottolato che pavimenta Piazza della Vittoria.
L’alba è lontana e la piazza è immersa nella naturale calma notturna, resa immobile dal gelo invernale.
In giro non c’è nessuno, e il freddo sembra aver fermato anche il tempo, mentre i quattro lampioni posti lungo i lati della piazza diffondono aloni di luce evanescente.
Domani tutto sarà diverso.
Domani la calma di cristallo della notte lascerà il posto alla chiassosa frenesia del giorno di festa.
Il piccolo fiocco, avanguardia di un poderoso esercito, è finalmente arrivato al suolo.
Non resta solo a lungo: nel giro di un’ora la neve inizia scendere copiosa, una moltitudine di fiocchi turbinanti che s’incrociano in tragitti disegnati dal vento.
Alle tre del mattino un tappeto immacolato di quasi quindici centimetri ricopre la piazza e incornicia il Duomo, regalando un cappello bianco ai due leoni di pietra che ne sorvegliano il portale.
La neve, che non smette di accumularsi, è foriera di un presagio: la festa del Patrono, quest’anno non sarà come tutte le altre, e non solo per le difficoltà logistiche che il manto nevoso porterà con sé.
In provincia, durante la notte, il bianco puro sarà striato di rosso.
Un rosso acceso.
Un rosso osceno.
Rosso sangue.
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