Angelo Babacar Bossi, nato in Senegal ma vissuto a Bracca (‘Al Brembana, teh!) per sfuggire ai Culti della mafia nigeriana, a qualche marito che ha reso cornuto e alla dipendenza dalle birre trappiste, ma con l’alibi di cercare le proprie origini, parte come cooperante di una Missione gestita da ONG italiana.

L’Africa lo accoglie con calore, da tutti i punti di vista. Temperature asfissianti, che impediscono alla sua squadra di muratori locali di lavorare prima delle 17, scatenando la sua bergamaschità. Torme di bambini affettuosi e vocianti che puntuali si presentano ad ogni rancio. E la Fatou, col suo notevole telaio e la parlata “franscese”, a scaldargli i lombi. Ma la sua fama di investigatore privato in patria ha raggiunto anche il Senegal e Babacar si ritrova incaricato a ritrovare la Yacine, una bimbetta misteriosamente scomparsa dal villaggio di pescatori Guet N’Dar. Anzi, a cercare anche altri piccoli spariti, perfino tra i disperati del campo profughi.

Questo romanzo è noir sotto ogni profilo: nera la titolazione di ogni capitolo, nera la pelle della maggior parte dei personaggi, nera l’Africa che si rivela razzista lei stessa, con l’avversione dei senegalesi per i nigeriani e l’altezzosità per i maliani. Nera e profonda la disperazione dei genitori dei bimbi rapiti e nerissima l’anima di chi li ha portati via.

In scenari che si trasformano dall’esotismo profumato di certi paesaggi e della città coloniale alla bidonville marcescente dei profughi, solcata dal fiume impestato dai liquami della fabbrica chimica, Angelo avanza con forza, spesso con violenza, straniero e forestiero in quel paese di origine di cui non conosce neppure la lingua.

Cerca quei bimbi ma cerca soprattutto se stesso, il grunge che ha perso, e quando le persone e le situazioni lo aggrediscono, per gestirle trova sempre similitudini con le sue certezze: la dolcezza della mama, l’uggiosità della valle, i dogmi dell’amico Bepi e il gioco della Dea, dell’allenatore, dell’Atalanta dei sogni.

Andrea Ferrari lavora nel sociale e conosce molto bene i meccanismi e certi inconfessabili fetori che a volte macchiano le ONG dedicate a profughi e migranti. Senza generalizzare, ma senza neppure timore di sembrare poco corretto politicamente, inventa un bell’intreccio in cui al mistero dell’indagine ed alla saggezza a scarpe grosse del protagonista inframmezza la denuncia sociale contro il post colonialismo, che ha reso certi popoli ancora più schiavi. Ma riesce a farci sorridere con le sue similitudini così immaginifiche, che non descrivono (avete presente quanti spiegoni ci propinano certi scrittori? Ecco, non Andrea) ma fotografano le scene in un caleidoscopio di pixel. Angelo percorre una pista con la jeep? Ecco, Andrea lo paragona ad una Ferrari alle due del pomeriggio del giorno di Natale sulla Brebemi. E noi “vediamo” la strada libera.

Un bel libro sull’integrazione, sull’aiutiamoli a casa loro, sulla svogliatezza e la sconfitta nel DNA, sugli stereotipi in genere ma anche sullo straniamento di chi, come Babacar, non si sente un nero vestito da bianco ma capisce che il suo essere bianco va conquistato perché non è affatto evidente.

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Cuore di birra
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  • Ferrari, Andrea (Autore)