cosa-resta-di-noiCosa resta di noi (Sellerio, 2015), ultima fatica di Giampaolo Simi, ha vinto nel 2015 il Premio Scerbanenco.

La Giuria letteraria del Courmayeur Noir in Festival, composta da Cecilia Scerbanenco (Presidente), Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi, John Vignola, ha assegnato il Premio Giorgio Scerbanenco – La Stampa 2015 per il Miglior Romanzo Noir italiano edito a Cosa resta di noi, con la seguente motivazione: «Per aver messo al centro la crisi di coppia sullo sfondo della provincia italiana, raccontata con efficace crudeltà, riuscendo ad allargare i rigidi confini del genere noir, con una scrittura sorvegliata, attenta alle più nascoste motivazioni dei personaggi»

Giampaolo Simi, dopo aver intessuto i suoi primi romanzi Il buio sotto la candela (1996) e L’occhio del rospo (2001), con atmosfere gotiche e leggende ancestrali, Figli del tramonto (1999), con musica rock e riti satanici, Direttissimi altrove (1999) con i problemi sociali dell’immigrazione e della prostituzione, è passato attraverso opere più complesse e di difficile collocazione come Il corpo dell’inglese (2004), per arrivare alla fine ad atmosfere più vicine al noir contemporaneo con Rosa elettrica (2007) e La notte alle mie spalle (2012). Simi ha, inoltre, pubblicato un romanzo nel 2002, Tutto o nulla, che sembra anticipare per molti versi Cosa resta di noi: il racconto in prima persona del protagonista, la Versilia allegra e malinconica allo stesso tempo,la rivelazione della verità attraverso la ricostruzione del passato.

TRAMA

Edo e Guia sono sposati da quasi cinque anni. Guia è una scrittrice in cerca di un editore che creda in lei, mentre Edo gestisce uno stabilimento balneare in Versilia. Guia desidera intensamente avere un figlio, che però non vuole venire neppure con la fecondazione assistita.
Mentre Guia, a Roma, è occupata nella stesura del suo nuovo libro, Edo, trattenuto in Versilia per seguire la ristrutturazionedello stabilimento balneare, si gode la solitudine del mare autunnale e conosce, per motivi di lavoro, Anna Di Fosco, single quarantenne. Anna ha una vita sentimentale burrascosa: il suo ex fidanzato Giangi sembra ancora innamorato di lei e la assilla con telefonate e appostamenti.
Dopo una notte passata insieme a Edo, Anna sparisce nel nulla inspiegabilmente. La sua scomparsa diventa il caso del momento e inizia allora un tipico circo mediatico all’italiana. Edo, timoroso che Guia scopra la sua unica infedeltà matrimoniale e di essere sospettato dalla polizia, come l’ultimo che ha visto Anna viva, mente alla moglie e tace alla polizia importanti informazioni che potrebbero portare alla soluzione del caso.
Le esistenze di Edo, Guia, Anna e Giangi si intrecciano e la storia si complica sino all’inatteso finale, quando finalmente Edo saprà “Cosa resta di noi” …

La morte vista al contrario

Guia, la moglie di Edo, chiama «morte vista al contrario» la sua impossibilità di avere un figlio. È una ragazza che sembra avere tutto: bella, figlia di una ricca e nobile famiglia, giornalista e aspirante scrittrice, sposata con un uomo che la idolatra. L’unica cosa che sembra desiderare veramente è però anche l’unica che non riesce ad avere: un figlio. Edo osserva quindi sua moglie allontanarsi sempre più da lui, sia fisicamente (lei a Roma, lui a Viareggio) che psicologicamente (Guia scarica nel romanzo la sua disperazione di donna sterile), mentre il loro matrimonio scivola sempre più velocemente verso la fine.

La morte vista al contrario è una vita che non solo non inizia, ma non riesce nemmeno a essere concepita…
La morte vista al contrario è una vera merda.
La morte ti lascia i ricordi.
La vita che non inizia, vedete, neanche quelli.
Non ti lascia un viso, non ti lascia un odore, un modo di sospirare o di leccarsi il moccio del naso, uno scontrino da ritrovare quando infili tutte e due le mani nelle tasche vuote. Non ti resta nulla, nulla da piangere o rimpiangere…
La morte vista al contrario non è una mancanza. Magari. La mancanza è come l’impronta di una testa sul cuscino, ha una forma precisa. Magari, magari. La vorrei una mancanza, sarei pronta a tutto, dall’entrare in clausura a fare la battona in un parcheggio di autoarticolati. Che estasi, che dolore sereno sarebbe dannarsi o consacrarsi per una grande mancanza. Mi manca una mancanza, pensate che assurdo.
Ma la mancanza di qualcosa che non c’è mai stato? Già a dirlo, cazzo, anche questo è un assurdo.

L’estate finita e il vuoto dell’esistenza

Leggendo il romanzo, ambientato in una stupenda Versilia invernale, è evidente come Simi usi il mare e l’inverno come metafore della fine di un’utopia, quello dell’amore che a tutto resiste. La coppia apparentemente felice, dilaniata dalla mancanza di un figlio, si circonda di amici ricchi e sterili, alla costante ricerca del piacere e di un senso al vuoto esistenziale.

Siamo una dozzina, solo una coppia è sotto i quaranta, tutti mi hanno fatto i complimenti per la cena e la conversazione è stata sempre brillante. Diciamo anche di un certo livello.Perché la gente che non ha figli e non pensa di averne finisce per fare le vacanze in Bhutan, documentarsi dettagliatamente sulla lotta integrata ai piccioni nelle aree urbane, acquistare tonno in modo consapevole, ipotizzare l’algoritmo di fermentazione del kefyr… Coltiviamo tutti un sacco di singolari interessi e l’espressione che amiamo di più è «di nicchia». Abbiamo tempo, soldi, energie in surplus, nessuno ci costringe ad andare a vedere Shrek in 3D.

La mancanza di un figlio per la sofisticata e arrogante Guia (si veda come tratta in modo sprezzante Edo) sembra quasi solo una scusa per essere ancora una volta incazzata con la vita. Non è il figlio che manca a Guia, ma la capacità di godere di ciò che ha. La prova di questa instabilità “esistenziale” di Guia è il suo svendersi alla effimera notorietà, costituita dal partecipare a delle trasmissioni in cui può dare il suo parere sulla presunta colpevolezza di Giangi. Edo non manca di rimarcarlecome lei avesse in passato criticato quel genere di informazione scandalistica e i conduttori di programmi “spazzatura”.

«Ascoltami: tu eri quella che diceva “cosa me ne frega del successo”, tu fino all’altro ieri sfottevi gente come Doris Malagrida».
«Sono discorsi da piccolo provinciale».
«Provinciale io? Ma lo hai visto bene quello a cui tu vuoi fare la scribacchina?».

Il continuo spostarsi tra Roma e la Versilia di Guia è un sintomo della sua incapacità a fermarsi e far parte di qualcosa di stabile, entrare in quel delicato equilibrio delle stagioni che si alternano e che sono il ritmo stesso dell’esistenza. Al contrario,Edo è solo un bagnino che non ha alcun desiderio di terminare neppure gli studi universitari, ma è contento del suo lavoro; è innamorato pazzamente della moglie e crede che diventerà una grande scrittrice; e, anche senza il figlio, ha trovato un suo equilibrio, come l’alternarsi delle stagioni della sua amata Versilia. Equilibrio disturbato purtroppo dallo strano rapporto di sudditanza che Edo ha nei confronti della moglie, della sua incapacità a confrontarsi con lei. Guia è bella, intelligente, destinata al successo, e per questo forse Edo soffre di un complesso di inferiorità, e nasconde a se stesso quanto quella relazione sia destinata ad un inevitabile fallimento. Il suo tradimento, la notte passata con la non più giovane e neppure bella Anna, è quasi inevitabile; quasi un sacrificio (si leggano le pagine dedicate alla cena e all’amplesso) sull’altare della supponente ed egoistica Dea-Guia.

I tuoi genitori, il figlio che non arriva, questo cretino che hai davanti …Siamo stati tutti occasioni per nutrire il tuo immenso talento, per farti amare, per farti adorare nonostante tu sia una insopportabile, supponente stronza che si occupa solo di se stessa.

È curioso notare che, nel 2009, Giampaolo Simi scrisse un breve contributo, intitolato “L’estate è finita”, inserito nel volume Il romanzo poliziesco, la storia, la memoria (Bologna, 2009), in cui sottolineava come la generazione nata negli anni sessanta fosse maturata in un Italia che si “autoraffigurava …come piena di energie e di voglia di fare”. In realtà, si trattava di un nuovo e cupo “autunno italiano”, da cui il nostro paese non sarebbe più uscito: “Siamo figli di troppe amnesie, l’immaginario spensierato dell’estate delle nostre vite si è sgretolato, come un sogno indotto da una pesante anestesia. Se ci guardiamo bene dentro, e alle spalle, vediamo nebbie e buio.” Qualcosa di simile accade, in questo romanzo, al protagonista Edo che solo alla fine si sveglierà dal sogno, rendendosi conto che l’estate è finita e di quanto quell’amore che lo lega a Guia sia fragile, come quei grossi rami di pino che si frantumano, svuotati dal salmastro che li rode dentro.

Nella notte il peso silenzioso della neve aveva schiantato rami di pini che sembravano architravi. Il salmastro fa così. Fuori ti lascia intatto, ma dentro ti svuota e un giorno ti scopri di colpo fragile come le ossa dei vecchi.

Ancora più evidente il legame con quanto scritto in L’estate è finita, in queste poche righe del romanzo: “Mentre inizia a piovere rimango a guardare fuori. In ogni goccia si riflette un minuscolo mondo chiuso sotto una volta trasparente e uguale a tutti gli altri. Sembrava non finisse mai, quest’estate. Invece stava solo morendo di nascosto. Che la pioggia se la porti via prima che inizi a marcire.”
L’estate è finita per l’Italia così come per i protagonisti di Cosa resta di noi, e la “sterilità” del rapporto tra Edo e Guia non è che il riflesso di una sterilità più ampia, politica, morale e sociale, di tutto il nostro Paese.

Conclusioni

Di solito, nelle mie recensioni, cerco di essere il più obbiettivo possibile, di descrivere i temi che attraversano il libro e lo stile dell’autore, senza dare un mio parere personale. Credo che valutare un romanzo sia una questione troppo delicata e soggettiva. Questa è una di quelle rare volte in cui devo derogare: il romanzo di Giampaolo Simi è (secondo la mia modesta opinione) molto bello!

Cosa resta di noi è un’ulteriore evoluzione dello stile di Simi: un romanzo d’atmosfera, dove contano i personaggi e i loro stati d’animo, le sfumature più che i contorni ben definiti, e dove alla fine troviamo anche un po’ della nostra esistenza.

Simi non ha costruito Cosa resta di noi sulla tipica struttura poliziesca dell’indagine. La storia di Edo e Guia ricorda piuttosto (soprattutto la prima parte) certi romanzi di Giorgio Saviane (Il mare verticale, Eutanasia di un amore, Il passo lungo) o di Carlo Cassola (Monte Mario), dove ciò che conta è lo scavo profondo delle motivazioni che spingono i personaggi ad agire, nel bene e nel male, e i loro inquietanti legami di dipendenza psicologica. Cosa resta di noi è stato, infatti, definito un noir psicologico. In realtà è un romanzo difficile da collocare in un genere preciso, e che il romanzo appartenga al genere noir non è importante. Come ha sempre sostenuto il grande Giuseppe Petronio, il fatto che un romanzo appartenga ad un certo genere letterario (noir, horror, poliziesco, avventura, storico, realistico) non significa che esso sia migliore o peggiore di un altro, ciò che è importante è il valore intrinseco del romanzo stesso (Cfr. G. Petronio, Sulle tracce del giallo, Roma, 2000). E il fatto che la Giuria del Courmayeur Noir in Festival lo abbia premiato, pur uscendo dagli schemi tipici del poliziesco (“riuscendo ad allargare i rigidi confini del genere noir”), fa ben sperare per il futuro del giallo in Italia. Questo premio assegnato al romanzo di Simi è il segno che finalmente la lezione di Eco inizia ad essere ascoltata: è tempo ormai di comprendere che la nozione di “genere letterario” è entrata in crisi e che il futuro è la contaminazione dei generi, ma soprattutto l’abbattimento di quelle mura (sempre più fragili) che ancora dividono cultura di massa e cultura elitaria.

Per chi volesse approfondire l’argomento, oltre al saggio già citato di G. Petronio, consiglio l’articolo La letteratura di genere nell’epoca della sua riproducibilità parziale di Antonino Fazio.

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Cosa resta di noi
  • Simi, Giampaolo (Autore)

Articolo protocollato da Alessandro Bullo

Alessandro Bullo è nato a Venezia. Si è laureato in lettere con indirizzo artistico, mantenendosi con mestieri occasionali; dopo la laurea ha lavorato per alcuni anni presso i Beni Culturali e poi per la Questura di Venezia. Successivamente ha vissuto per quasi dieci anni a Desenzano del Garda per necessità di lavoro. Attualmente vive a Venezia e lavora come responsabile informatico per un’importante ditta italiana. Sue passioni: Venezia, il cinema noir, leggere, scrivere. Autori preferiti: Dino Buzzati, Charles Bukovski, Henry Miller. Registi preferiti: Elia Kazan e Alfred Joseph Hitchcock. È arrivato per due volte in finale al premio Tedeschi e una al premio Urania. Nel 2012 con “La laguna degli specchi” (pubblicato sotto lo pseudonimo Drosan Lulob) è stato tra i vincitori del concorso “Io scrittore”.

Alessandro Bullo ha scritto 66 articoli: