Quarta indagine per Delia, la magliaia di Porta Venezia che, a dispetto dell’età e degli acciacchi, continua a risolvere casi di omicidio avvenuti nel quartiere dove vive, dove ha il suo laboratorio, dove conosce tutti ed è amata e rispettata.

Stavolta la questione è più spinosa perché il cadavere sta sottoterra già da almeno quarant’anni e il suo trapasso è stato archiviato come conseguenza nefasta di rapina a carico di ignoti ma, in occasione dello svuotamento della cantina dello studentato dell’epoca, a Delia viene regalato un polveroso tomo giuridico e, nascoste tra le sue pagine, ritrova alcune foto del proprietario.

Come dimenticarlo? Tommaso Marangon non era solo bello, giovane e simpatico. Era la curiosità e l’entusiasmo fatti persona: a Porta Venezia se lo ricordano ancora in tanti, quel ragazzo arrivato dal Veneto per studiare alla Bocconi, ritrovato con la gola squarciata nella zona, all’epoca malfamata, dei Bastioni. Una vecchia ferita per un rione – certamente malfamato in quegli anni- ma pulsante di vita e solidarietà.

Delia guarda quelle fotografie, le polaroid custodite nel libro del povero Tommaso, e vi riconosce i visi allora giovani di persone che ancora vivono lì, tra via Lecco, via Panfilo Castaldi e il viale Vittorio Veneto, e con le sue stampelle e il suo piccolo Andy (il cane che deve il nome ad un incontro al Plastic col grande Warhol) le va a trovare, rinvanga i tempi che furono e annota minuziosamente reazioni e nostalgie. Poi, per carità, c’è un commissario vero a garantire il colpevole alla giustizia, ed in questa avventura è ancora Attilio Masini ma trasfigurato dall’amore e non più solitario lettore di Schopenhauer.

Con lui ci sono altri personaggi già incontrati nei romanzi precedenti: sono gli abitanti del quartiere, dal tassista Nunzio alla parrucchiera Monia fino allo scrittore Mirko Male “giallista bassino e pelato” che io avevo identificato nell’alter ego dell’autore ed invece ho scoperto che esiste davvero, ma è un altro uomo. Tra associazioni filantropiche, suore laiche dell’ordo virginum, ex agenti di polizia ora professori, il romanzo ci riporta allo smalto degli anni ’80, tra le felpe di Fiorucci e la prima Milano “da bere” che, con le sue feste, gli stilisti e i festini drogati, allora come adesso poteva abbacinare coi lustrini e i soldi facili e travolgere chi si sentiva invincibile e invece era solo sprovveduto.

Mauro Biagini è un uomo soave, gentilissimo e sorridente, quasi a dispetto dei suoi occhi di ghiaccio e delle storie che scrive, con sempre maggior successo, ambientandole nel quartiere in cui vive lui stesso. Ha oramai all’attivo svariate pubblicazioni e, con Frilli, si colloca nel fortunato entourage di chi ha scoperto la formula alchemica giusta per vendere storie ed ingolosire i lettori sino alla successiva edizione. Il suo narrare ha uno schema molto classico, prossimo all’enigma della stanza chiusa, ed una investigatrice agèe, che ormai si muove poco ma a cui le informazioni arrivano forti e chiare e, con le sue capacità deduttive, assurgono a indizi da mettere in ordine sino alla soluzione.

Lo stile di Mauro è gradevole come un’acqua e menta, dipinge la città ma coccola un quartiere e lo fa sembrare un paesino, con certi tocchi speciali per cui i palazzi sono ricordati col loro nome (la casa della Fontana qui, come in “Morte a Porta Venezia” c’era il Palazzo Luraschi di corso Buenos Aires) e le persone sono amiche, hanno tempo per un caffè e quattro chiacchiere, si stanno vicine, in scenari spesso prossimi a quelli di Ozbetek.

Chiudo con un appello: Mauro mi ha confessato che sogna di scrivere un’altra storia in cui tutti i personaggi siano reali e vivano a Porta Venezia. Candidàtevi, su, tanto, se vi darà la parte della vittima, Delia scoprirà presto di chi sia la colpa.   

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C'è un cadavere sui bastioni di Porta Venezia. Un cold case per la magliaia Delia
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