Capita, leggendo “Artiglio”, libro della scrittrice sudcoreana Gu Byeong-Mo (vincitrice nel 2009 del premio Changbi col suo romanzo d’esordio “Wizard Bakery”) di avere l’impressione di ascoltare, al contempo, due storie.
La prima è narrata a voce alta, chiara, sicura. È la storia di una donna di oltre sessant’anni: molto in forma, capelli grigi e aspetto innocuo. Facciamo la sua conoscenza fin dalla scena di apertura: e fin da subito impariamo che quella donna che pare indifesa è in realtà un’assassina professionista, soprannominata Artiglio.
In borsetta nasconde un pugnale, che non lascia scampo. È la più esperta “disinifestatrice”, come si definisce lei stessa, la Decana, di un’agenzia molto particolare, tramite cui ci si possono assicurare i servizi di killer professionisti.
Killer come Torero, il giovane collega che non perde occasione non soltanto di pavoneggiarsi, ma anche di provocare Artiglio, di metterla alle corde, come a volerla accompagnare, molto energicamente, alla pensione.
Nel frattempo però, se tendiamo l’orecchio, distinguiamo anche una seconda narrazione, che si sviluppa sottovoce, quasi a non voler disturbare. E mentre la trama principale si alimenta del presente, e delle sue urgenti inquietudini, questa seconda voce viene dal passato, e ci guida nello spazio di ricordi lontani.
Ci spinge a chiederci: ma in che modo Artiglio è diventata quello che è? Da dove arriva questa spietatezza per così dire professionale che comunque, sorprendentemente, lascia ancora intravvedere un qualche sprazzo di umanità, perfino di dolcezza, nella quotidianità?
La trama principale si sviluppa in modo molto diretto, quasi in conformità a un infallibile principio di azione e reazione: a ben guardare, voltandosi indietro, fin dalle prime battute se ne poteva forse intuire il drammatico epilogo, che pure si presenta a valle di un percorso a suo modo sorprendente.
La trama secondaria (ma secondaria in termini di volume, non di importanza) somiglia invece a un quadro impressionista, in cui l’emozione del ricordo e dell’immagine prevale sul realismo e sulla linearità di narrazione.
Difficile, da questo punto di vista, trovare un esempio simile nella letteratura di genere giallo, che non molto spesso racconta la storia dal punto di vista dell’assassino, e ancor meno dal punto di vista di un assassino, per così dire, a fine carriera: questo a ulteriore testimonianza dell’originalità del testo di Gu Byeong-Mo. Forzando molto il paragone, si può forse avvicinare la figura di Artiglio a quella di Anita Blake, protagonista dei romanzi horror-fantasy di Laurell K. Hamilton, nelle sue prime apparizioni.
Le accomunano una grande forza di carattere e un difficile passato, le distingue non soltanto, nel caso di Artiglio, l’assenza di un elemento soprannaturale, ma anche, potremmo dire, il tono che come protagoniste propongono, e quasi impongono alla narrazione.
Laurell K. Hamilton predilige, per la sua protagonista, le tinte forti di una vicenda intricata e sopra le righe, mentre Gu Byeong-Mo avvince il lettore al racconto di Artiglio con la forza della semplicità. Non mancano le scene d’azione, che impongono, a intervalli sempre più ravvicinati, brusche accelerazioni al ritmo della storia, delle storie.
E così, nella scena conclusiva, quella in cui Artiglio e Torero si trovano, ancora una volta, forse per l’ultima volta, di fronte, il filo delle azioni e quello dei ricordi si intersecano: le due trame convergono, per deflagrare in uno scontro tra passato e presente, tra rabbia per un passato che non si può più cambiare e apprensione per un futuro che si fatica a immaginare.
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