Alla larga dal Texas – Jim Thompson
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Targato HarperCollins, con in copertina un endorsement di Stephen King, è uscito ad aprile 2021 – con la traduzione di Seba Pezzani – l’ultima edizione di un romanzo scritto nel 1965 da un autore culto della recente letteratura poliziesca-noir americana e mondiale, definito “il più grande scrittore di suspense di sempre” dal The New York Times. Su di lui Robert Polito ha scritto una premiata “biografia selvaggia” (Alet 2009). Il romanzo si intitola “Alla larga dal Texas” (Texas by the Tail, in lingua madre). Lui è il “Dostoevskij dei supermercati”, parola di Geoffrey O’Brien. Si chiama James Myers Thompson, meglio noto al grande pubblico come Jim Thompson. Il Washington Post lo ha raccontato con questa frase: “se Raymond Chandler, Dashiell Hammett e Cornell Woolrich si fossero uniti in un amplesso sacrilego e avessero dato vita a una progenie letteraria, il risultato sarebbe Jim Thompson”. Per chi non lo sapesse, lo scrittore di Anadarko deve la sua fama (per lo più postuma) a capolavori come “Bad Boy”, “Vita da niente”, “L’assassino che è in me”, “Notte selvaggia”, “Diavoli di donne”, “Colpo di spugna”; ma anche a racconti e romanzi cui si sono ispirati registi del calibro di Stanley Kubrick e di Sam Peckinpah per trarne dei lungometraggi indimenticabili (ad alcuni dei quali l’autore ha collaborato in veste di sceneggiatore). Solo per citare i primi tre: “Rapina a mano armata” (1956), “Orizzonti di gloria” (1957), “Getaway!” (1972).
In questo romanzo siamo nel Texas del Sud, una terra arida in cui non brilla nulla tranne il sole, tra pozzi di petrolio e giocatori d’azzardo che bighellonano alla costante ricerca dell’avventura e del “pollo” da spennare. Mitch Corley è un giocatore di Craps, una particolare variante del gioco dei dadi. È anche una canaglia, ed è nei guai. Deve riuscire a gabbare un ricco petroliere e la sua pericolosa cricca. Se le cose (o i dadi) non dovessero girare per il verso giusto, si ritroverebbe davvero immerso in un mare di problemi.
«Lì, a Fort Worth, si fingeva un gonzo, un grosso rospo uscito da un piccolo stagno, il riccastro del villaggio. Portava un cappello da cowboy, un abito della taglia sbagliata e una camicia di seta pongee, con tanto di cravattino (e vezzi confacenti). Mentre spostava con circospezione lo sguardo dal portafogli agli altri tre uomini, dimostrava quindici anni in più dei suoi trentacinque».
Se non bastasse c’è Red, una donna di mondo che ha conosciuto in viaggio e con cui sta vivendo un’avventura amorosa. Lei è una femme fatale, ma sembra determinata a incalzarlo con la forza dei sentimenti. Lui, “cuore facile”, si è ben guardato dal confidarle che ha una moglie, Teddy, la quale non sarebbe certo contenta di sapere delle loro effusioni.
Di fondo è il classico triangolo, certo, ma al posto della commedia all’italiana ci sono violenza e vizio, sregolatezza, dissoluzione morale e vana ostentazione, intesa anche metaforicamente, come spreco, in un’America dell’opulenza in cui però il grande sogno americano è di fatto naufragato. Meglio ancora, Thompson modella quello che potremmo definire il lato oscuro del sogno americano, quello in cui non c’è redenzione e le luci intense della città non brillano perché oscurate da personaggi feroci e disperati. Ci sono forse i tratti distintivi di tutto ciò che ci si aspetterebbe di trovare nella rappresentazione (o forse magnificazione) di una provincia/periferia americana della metà del Ventesimo secolo, contraddittoria perché vuota, disagiata, alienata ma al tempo stesso conformista, interdetta e schiacciata tra gli effetti della grande depressione degli anni Trenta e la società consumista del benessere dei Sessanta.
Quello che descrive Thompson – dice il suo esimio collega Lansdale – è “un mondo-pattumiera con una prosa fatta di ruggine e terriccio”. A proposito di prosa, dal punto di vista dello stile narrativo e della tecnica di scrittura “Alla larga dal Texas” suona forse meno pessimistico (per non dire meno apocalittico e catastrofico) rispetto agli standard di Thompson, mentre restano intatte (perfino accentuate) sia la struttura cinematografica che le venature sarcastiche e umoristiche (humor ovviamente nero) che sempre percorrono come un fiume carsico la sua narrativa.
L’America ha troppo a lungo ignorato il suo Bad Boy, e nel 1977, quando è morto da alcolista, lo ha subito dimenticato. Soltanto dopo, ci si è accorti che trascurarlo era stato un errore. Valeva la pena ieri, e vale la pena ancora oggi, riscoprirlo fino in fondo.
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