L’ultima cosa che sai – Paolo Roversi
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Soltanto per un caso fortuito “L’ultima cosa che sai“ di Paolo Roversi esce fresco di stampa per i tipi della Marsilio proprio il 13 gennaio di quest’anno, lo stesso giorno in cui il giornale più autorevole di Milano, il Corriere della sera, pubblica questo articolo di Luigi Ferrarella: “Processo Hydra a Milano, cinque secoli di carcere a 62 imputati: Gli affiliati di tre mafie si sono uniti per fare affari in città. La Lombardia è come la Calabria“. Ma voi curiosi e assetati avventori del Thriller Café vi chiederete, che collegamento ci può essere tra un libro giallo e la mafia lombarda e invece c’è un legame, un nesso, un rapporto profondo tra le opere di Roversi e la malavita meneghina. Ma state tranquilli non si tratta di connivenza o di affiliazione: Roversi alla luce di questo articolo sull’incidenza del malaffare a Milano e non solo è l’esempio lampante di come a volte la realtà superi di gran lunga la fantasia e la finzione. Paolo Roversi mantovano di origine e milanese di adozione nei suoi libri si è occupato spesso della banda della Comasina del bel René, di Renato Vallanzasca, della Milano degli anni Settanta e Ottanta descritti magistralmente nel film di Michele Placido Vallanzasca. Gli angeli del male del 2010, il seguito di Romanzo criminale film del 2005 che si occupava della Banda della Magliana di Roma. Roma è la capitale, qui c’è la politica e l’origine del denaro ma il centro degli affari è Milano, la MilanoNera proprio di Roversi che ce la racconta in mille sfaccettature e con l’inconfondibile personaggio, il giornalista investigativo hacker Enrico Radeschi.
Nell’articolo del Corriere prima menzionato si parla delle tre mafie storiche italiane, Cosa nostra siciliana, la Camorra napoletana e la terribile e rampante Ndrangheta calabrese. A Milano queste tre mafie si coalizzano per fare business e diventano doppiamente pericolose perché aggiungono alla pericolosità criminale di sempre una pericolosità criminale finanziaria, alla droga e alle estorsioni si affiancano le frodi finanziarie passando dalle fatture false agli indebiti rimborsi fiscali di crediti fittizi, per approdare alle truffe sul superbonus 110%: cambia la delinquenza che diventa anche ‘finanziaria’. Certamente Roversi non ha l’ardire di sconfiggere la piovra, mutata nel frattempo nell’idra, il mitologico mostro dalle molte teste che una volta tagliate ricrescono sempre, ma almeno ci prova sulla carta e noi lettori assidui ci proviamo insieme a lui a immaginare di poter trionfare sul male almeno quelle poche volte che il suo personaggio più riuscito, Enrico Radeschi, si appresta a risolvere i casi impossibili e indecifrabili che la vita gli presenta.
“L’ultima cosa che sai” racconta l’ultima avventura di Radeschi alle prese questa volta con una doppia indagine. Dopo vent’anni dall’uscita della serie il nostro mantovano Roversi non poteva non essere affascinato da un suo lontanissimo, nel tempo e nello spazio, conterraneo Publio Virgilio Marone (70 a.C./19 a.C.) che diede il massimo della sua espressione poetica nelle Bucoliche e per questo dopo aver descritto Milano, la città, i grattacieli, le sue vie e i suoi corsi Roversi ritorna con Radeschi nella bucolica terra mantovana e ci torna con il Giallone, la sua inseparabile Vespa gialla del 1974. L’incipit del libro è già un colpo di scena prima della partenza, la golena di un fiume, gli odori della notte dell’acqua e della vegetazione paludosa degli argini e una corda che si stringe al collo, un improvviso e misterioso omicidio che ci lascia subito senza fiato. E poi la partenza sulla vespa che fa venire in mente un vecchio motivetto di un cantante francese ormai penso dimenticato da tutti, Nino Ferrer di Viva la campagna classico tormentone del 1970 che ricorda la bellezza della natura in contrasto con il grigiore della città, “io sto in città, non mi ricordo più la primavera che colore ha” e il ritornello “Viva la campagna che mi dà un arcobaleno sereno, l’odore del fieno, il canto corale di mille cicale” se vi capita ascoltatela perché è il preludio dell’ecologia anche se a questo ci aveva già pensato il ragazzo della via Gluck nel 1966 Adriano Celentano che ha fatto poi la sua fortuna proprio a Milano partendo da quella via Gluck nei pressi della stazione Centrale.
La vena e le trovate narrative di Roversi sono incredibili, già il nome del suo personaggio ci riporta indietro nei primi banchi di scuola, perché si chiama come Radetzky, il generale austriaco delle cinque giornate di Milano che abbiamo tanto odiato mentre il Radeschi del libro lo amiamo subito, ci piace, è pieno di ironia, sembra uno di noi. L’operazione di Roversi è duplice come duplice è l’indagine che ci prepariamo con curiosità ad affrontare. Milano non viene abbandonata del tutto perché anche lì c’è la strana morte di un professore del Politecnico a Porta Romana, ma questa indagine è condotta da Liz la sua fedele collaboratrice con la quale resta sempre in contatto, anche lei è un hacker e ricorda molto spudoratamente Lisbeth Salander la protagonista di Uomini che odiano le donne il primo libro della trilogia Millennium di Stieg Larsson ma l’effetto è voluto e Roversi non ne fa un mistero se nel corso del romanzo la chiama proprio ‘piccola Salander’. Questa è una delle due donne coprotagoniste del romanzo. Liz, una milanese di origini filippine piccola e valida aiutante che riesce a trovare password difficilissime, chiavi di entrata nei computer e nei portatili che possono nascondere tracce e indizi fondamentali (come non pensare alla vicenda di Garlasco che da mesi tiene in scacco tribunali, imputati e presunti tali). L’altra donna della quale Radeschi s’innamora e si perde è Lana, la donna misteriosa che lo aiuta quando il suo Giallone lo abbandona e resta in panne a pochi chilometri da casa sua. Lana è l’altra incognita del giallo che svelerà la sua vera identità solo alla fine e che terrà Radeschi sulla corda per tutta la storia. Proprio questo contraltare tra la tecnologia presente nell’indagine milanese e il mistero e l’indagine d’altri tempi che si svolge nella Bassa mantovana portano Roversi alla creazione di un thriller ambivalente, tecnologico al massimo in città e mitologico fluviale nel borgo natio dove la narrazione scorre lenta come il fiume ma anche impetuosa al susseguirsi delle uccisioni. Sul fiume Po vive un serial killer, che la gente del posto ha marchiato come il ‘mostro del Po’, e che ritorna adesso e ripropone delitti commessi negli anni Sessanta con le stesse modalità seriali e maniacali, gli omicidi aumentano e si ripetono serrati sempre con lo stesso rituale dell’orologio dell’aviatore russo Gagarin stretto tra le dita dei morti trovati nella golena del Po e fermo con le lancette alle 3.15. Qui non vale più la tecnologia ma l’indagine e l’intuizione umana allo stato puro. Il noir metropolitano di Roversi lascia lo spazio all’indagine classica negli archivi e nelle biblioteche comunali, nelle osterie e nei bar o dal barbiere del paese perché le persone hanno una memoria nella quale bisogna scavare. Il Po il fiume più lungo d’Italia che attraversa il mantovano e tutta la pianura Padana e ne condiziona le caratteristiche del territorio nasconde nelle pagine del romanzo un tesoro nelle sue acque e forse questo è quello che scatena la furia omicida dell’assassino. Radeschi nella sua investigazione si avvarrà del suo fiuto ma anche del suo grande amico, il Danese, personaggio ai limiti della legalità ma proprio per questo indispensabile nella risoluzione del caso.
Il trait-d’union delle due indagini belle perché diverse e parallele sarà come negli ultimi tempi accade non nel fiume Po e nei Navigli, l’antico sistema di canali artificiali lombardi che collegavano i fiumi tra di loro e Milano con l’Adriatico, ma i fiumi di denaro, i grandi appalti e il riciclaggio del denaro che in modo sotterraneo avviene nella capitale italiana della Borsa. Da una parte il male che scorre nelle acque torbide e dall’altra la tecnologia che pervade oggi tutta la nostra vita e che nelle mani abili di Radeschi diventa un’arma, il vecchio piede di porco che apre la cassaforte del male e ne individua il movente o il tesoro nascosto preda della cupidigia umana.
Ma come si fa a non sorridere e a tirare un lungo ma compiaciuto respiro di sollievo quando per rompere gli argini del fiume e porre fine all’ansia che ci ha accompagnato nella Nota dell’autore nelle ultime pagine del libro ci vengono consigliati tortelli e risotti da gustare, film da vedere e cocktail da sorseggiare mentre ascoltiamo le canzoni di sempre di tutta una generazione alternativa, quella degli anni Settanta che adesso chiamano i boomer nati nel boom economico post bellico contrapposti alla generazione Z, i “nativi digitali” pieni di Internet e smartphone.
Così ci ritroviamo a pensare ai fusilloni alla carbonara calabra (con ’nduja) mentre sorseggiamo un Mojito Radeschi e stravaccati sul divano vediamo “Il postino suona sempre due volte“, 1946, di Tay Garnett sulle ali musicali e spaziali di David Bowie, “Life on Mars?” Forse è questa l’ultima cosa che sai o vuoi sapere?
Recensione di Michele Mennuni.
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