Siamo alla terza opera di Raffaele Malavasi che ha come protagonista Goffredo Spada, detto “Red”, ex-poliziotto e ora gestore di un’Escape Room a Genova. “Sei sospetti per un delitto” è il titolo del nuovo lavoro che, come al solito, affianca alla figura di Red, quella dell’ispettore Gabriele Manzi, ancora in servizio a differenza di Spada, e in perenne conflitto con i superiori, al solito raffigurati come prepotenti burocrati, incapaci di risolvere gli efferati delitti che invece i due protagonisti affrontano con cipiglio e sagacia.

Il teatro delle operazioni è sempre Genova, città natale dell’autore, una Genova che potremmo dire “moderna”: multiculturale e multietnica, devastata da un attentato terroristico. Sarà negli sviluppi delle indagini che seguono l’attentato che si snoderà la trama di questo giallo e che il prestante Red, sempre all’opera e sempre “sul pezzo” e il romano emigrato ispettore Manzi cercheranno di risolvere. Il racconto si svolge secondo i canoni del noir: territori e quartieri battuti palmo a palmo, carrugi e botteghe, insieme ai luoghi storici e più famosi della meravigliosa città della Lanterna. Inutile dire che dalle descrizione traspare un amore smisurato di Malavasi per la sua città.

Il lavoro di Malavasi è decisamente ben fatto. Molti sono i pregi di quest’opera: la capacità di costruire un intreccio solido che evolve in modo fluido fino al bellissimo finale (che ha qualche debito nei confronti dei gialli classici alla Conan Doyle), un uso molto riuscito dei dialoghi e della narrazione (intrigante l’artificio delle assonanze alla fine e all’inizio di ogni capitolo per legare la narrazione che segue molte strade in parallelo), una capacità di descrizione psicologica dei personaggi e di tratteggio del contesto sociale.

Il tema che fa sottofondo al romanzo, il terrorismo fondamentalista poteva risultare molto scivoloso, se non fosse stato affrontato con molta cautela, come invece Malavasi mostra di saper fare. Quello che ne emerge è una descrizione molto asciutta del fenomeno, senza indulgere in sentimentalismi o semplificazioni, che mette in luce allo stesso tempo la tragedia che questi avvenimenti generano e le ferite che lasciano in tutti. Compaiono inoltre in sottofondo altri temi di critica sociale (da qui la collocazione a pieno titolo nel genere noir), quali la solitudine dell’universo giovanile, la spettacolarizzazione dell’informazione e in generale la critica a una classe dirigente spesso incapace e corrotta.

Spada e Manzi collocano Malavasi in pieno nel filone del nuovo noir italiano. Goffredo Spada gioca ormai “dall’esterno”, ma conserva tutto dell’investigatore tradizionale e, come già detto, a tratti eredita qualcosa anche da Sherlock Holmes o da Hercule Poirot. Uomo d’azione, ribelle e un po’ anarcoide, può esprimere al meglio sé stesso solo fuori dall’organizzazione. Il suo contraltare all’interno è Gabriele Manzi, troppo bravo, troppo pulito e troppo competente per essere un vero capo, ma anche lui, come tutti gli investigatori, non immune dai piccoli peccati.

Spada e Manzi sono gli eroi del nostro racconto (un po’ come Schiavone, Montalbano, Sarti, Guerrieri e tutti gli altri): leader perché capaci di riconoscere i veri colpevoli, ma mai riconosciuti fino in fondo perché il merito va sempre ai grandi capi, che hanno le amicizie giuste per farcela davvero (se però il nostro paese spesso rimane a galla, ci suggerisce tra le righe Malavasi, dobbiamo dire grazie ai tanti Spada e Manzi che lavorano da eroi senza troppo clamore). Sicuramente, sentiremo ancora parlare di Raffaele Malavasi e dei suoi eroi genovesi.

Recensione di Giuliano Muzio.

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Sei sospetti per un delitto
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Sei sospetti per un delitto
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