L'ultimo traghetto - Domingo Villar

Le coste della Galizia tornano ad essere scenario di crimini efferati per mano di Domingo Villar, il cui poliziesco profuma del tabacco del grande Maigret. A dieci anni da La spiaggia degli affogati, il commissario Leo Caldas dovrà investigare sulla scomparsa di una donna, partita con L’ultimo traghetto per Moaña. O forse no?

Capitava spesso che in commissariato si presentassero genitori allarmati perché non avevano notizie dei figli, ma quelle assenze molto di rado si prolungavano nel tempo. […] Più complicate erano le fughe di innamorati, soprattutto da quando internet si era sostituito ad altri spazi pubblici come terreno d’incontro. (pag. 20)

Di Mónica Andrade non si hanno notizie da qualche giorno. Dopo aver contattato amici e colleghi di lavoro il padre, un noto chirurgo di Vigo, decide di recarsi alla polizia a denunciarne la scomparsa. Non era mai successo, infatti, che la figlia saltasse il pranzo domenicale in famiglia, soprattutto dopo che la mamma era stata colpita da un grave ictus. Ma quella discrepanza che sembra abnorme agli occhi del dottor Andrade, è ritenuta priva di fondamento dal commissario Leo Caldas. Dopo un sopralluogo a casa della donna a Tíran, cittadina di pescatori al di là del canale di Vigo, infatti, Caldas e il suo aiutante Estevéz sono quasi sicuri che la trentacinquenne insegnante di ceramica si sia allontanata volontariamente. Nulla è fuori posto, nessun segno di effrazione o furto. Da casa sembrano mancare solo uno zaino, qualche vestito e lo spazzolino da denti.

Lo scetticismo di Caldas ed Estévez, però, non li esime da svolgere il proprio mestiere al meglio e le investigazioni partono velocemente, anche se il carattere riservato della donna scomparsa non sembra aiutare a reperire informazioni sui suoi ultimi spostamenti.

Dove è finita Mónica Andrade? E le pressioni del padre saranno utili o deleterie all’azione della polizia?

Intrigo Gallego

L’affascinante ambientazione lungo le coste della rìa di Vigo e l’originalità dell’intreccio investigativo, a mio avviso, non sarebbero sufficienti a giustificare il successo che Domingo Villar sta riscuotendo ormai da anni. Ritengo invece vincente la grande capacità di penetrare nell’anima delle persone e, di conseguenza, scrivere dialoghi profondi seguendo il ritmo della lingua parlata. In questo modo i personaggi diventano tridimensionali e, bucando la pagina, si avviano in maniera molto più realistica nel mondo immaginario dove si svolge l’azione. E anche quando non possono fisicamente parlare – penso a Camilo, il vicino di casa di Mónica – la loro voce è filtrata da quella dei due personaggi che sono in scena in quel momento.

Vi assicuro che non dimenticherete tanto facilmente nessuno delle maschere che affollano il palcoscenico di questo grande dramma: dagli investigatori al clochard Napoleón, da Andrés il Vaporoso al padre di Caldas, dal dottor Andrade all’insegnante di liuteria antica, da Walter l’inglese a Rosalìa Cruz.

Ognuno di loro è un ingranaggio nel preciso meccanismo del poliziesco ma, parimenti, rappresenta un piccolo, pregevole squarcio di luce nell’animo del commissario Caldas, per via del suo approccio empatico. Tra tutti gli investigatori usciti dalle penne e dalle tastiere dei miei esimi colleghi mondiali, forse Leo Caldas è il più assonante al Maigret de Il porto delle nebbie e per questo è balzato prepotentemente in cima alla mia personale classifica.

Caldas Leo, per la passione dell’adorata madre per Leo Ferré; il solitario Leo (“Amare e aspettare è molto bello nei romanzi, ma nella vita vera c’è bisogno di calore”, gli suggerirà il padre); l’instancabile Leo, che però spesso si sentiva meglio con il calore della stufa e il mormorio delle voci che si sussurravano confidenze nella taverna di Eligio; il compassionevole Leo (gli occhi della donna si inumidirono e Caldas sentì un nodo alla gola); lo sfinito Leo (chiuse un attimo gli occhi e, per la prima volta in tanti giorni, la stanchezza ebbe la meglio sui rimorsi); il malinconico Leo (in quei viaggi immaginari non soffriva mai il mal di mare né temeva che una burrasca li facesse vacillare e colare a picco. Purché loro tre fossero insieme, andava bene anche in fondo al mare); il sensibile Leo (perché la solitudine assoluta è mostruosa, ma la solitudine in mezzo a tanta gente è pure degradante). 

Nonostante la grande ricerca introspettiva sui personaggi di cui parlavo poc’anzi, Villar tiene salda la barra che gli fa mantenere la rotta della trama e, intelligentemente, tenta l’attracco in un paio di calette che confondono anche del lettore smaliziato.

Il disseminare piccoli indizi che renderebbero perfettamente coerenti alcune ricostruzioni della Polizia, però, impreziosisce, non confonde, perché creare più vie investigative è indice di grande maestria. Penso a quando il maestro di ceramica, collega di Mónica, parla al Commissario di una statuina fatta da un ceramista attempato che, sapendo di essere malato, aveva dato precise istruzioni al maestro Vàsquez di colorarla con pigmenti composti con le proprie ceneri. “Ceneri umane?” chiederà sospettoso Caldas.

Inoltre, Domingo Villar è uno scrittore-gentiluomo che permette ai propri lettori di risolvere il mistero della scomparsa di Mónica ben oltre 150 pagine prima della fine ma, credetemi, l’aver risolto il caso in anticipo non farà calare la tensione, perché divorerete le ultime, concitate pagine che porteranno Caldas e l’ispettore capo Vasconcelos a stringere il cappio al collo del malefico ladro di bambini, denominato il Caimano.

“Veritas filia temporis” disse una volta il clochard Napoleón al Commissario.

E proprio la Verità sublimerà l’altruismo dei tanti che non arriveranno vivi al gran finale.

NOTE DELLA ROSSA: Nessuno più di me ama (e usa) citazioni o note di apertura di un capitolo concepite come indizi del contenuto, ebbene, pur apprezzando l’originalità di porre in esergo a ciascuna parte il significato di una parola chiave tratto dal vocabolario, debbo dire che spesso sono rimasta delusa perché non mi sono, poi, sembrate propriamente indizi. Facciamo l’esempio dell’inizio del romanzo. La prima parola è NIDO, che però non si rivelerà essere la parola chiave (da qui la delusione) ma ciò non toglie che eliminare la banale numerazione dei capitoli e sostituirla con parole è risultato attrattivo.

INCIPIT:

La donna alta smise di leggere, si stese sulla schiena e sentì che il sonno la vinceva. Anche a occhi chiusi avvertiva il riverbero del sole sulle palpebre. Le piaceva quella spiaccia solitaria dove poteva trascorrere le ore con l’unica compagnia di un libro, dello sciabordio delle onde e del canto degli uccelli che facevano il nido (v. supra) tra le dune. Stava per addormentarsi quando le sembrò di udire la risata di un bambino. Si mise a sedere e vide l’ombra di un uccello che scivolava sulla sabbia.

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L'ultimo traghetto
  • Villar, Domingo (Author)